Canto le armi, canto l'uomo che primo da Troia venne in Italia, profugo per volere del Fato sui lidi di Lavinio. A lungo travagliato e per terra e per mare dalla potenza divina a causa dell'ira tenace della crudele Giunone, molto soffr anche in guerra: finch‚ fond• una citt… e stabil nel Lazio i Penati di Troia, origine gloriosa della razza latina e albana, e delle mura di Roma, la superba. Musa, ricordami tu le ragioni di tanto doloroso penare: ricordami l'offesa e il rancore per cui la regina del cielo costrinse un uomo famoso per la propria piet… a soffrire cos, ad affrontare tali fatiche. Di tanta ira son capaci i Celesti? Vi fu un'antica citt…, abitata dai Tiri, che fronteggiava l'Italia e le foci del Tevere da lontano: Cartagine, ricchissima di mezzi e terribile in armi. Si dice che Giunone la preferisse a ogni terra, persino alla stessa Samo, e vi tenesse le armi e il carro. Gi… da allora la Dea si adoperava con ogni sforzo a ottenerle, se mai lo consentano i Fati, l'impero del mondo. Ma aveva saputo che dal sangue troiano sarebbe nata una stirpe destinata ad abbattere le rocche di Cartagine; che un popolo dal vasto dominio e forte in guerra sarebbe venuto a distruggere la Libia: tale sorte filavano le Parche. Temendo l'avvenire e memore della guerra che aveva combattuto un tempo sotto Troia per i suoi cari Argivi, Giunone conservava ancora vive nell'anima altre ragioni d'ira e di fiero dolore: le restano confitti nel profondo del cuore il giudizio di Paride, l'onta della bellezza disprezzata, il rancore per la razza troiana, gli onori ai quali Š assurto Ganimede. Infiammata da tanti oltraggi, la Dea teneva lontani dal Lazio, sballottati sulle onde, i Troiani scampati ai Greci ed al feroce Achille: ed essi erravano sospinti dal destino per ogni mare da molti e molti anni. Tanto era arduo, terribile, fondare la gente romana! Appena perduta di vista la terra di Sicilia i Teucri spiegavano lieti le vele verso il largo fendendo coi rostri di bronzo le spume salate. Giunone, che sempre nel petto ha incisa l'eterna ferita, vedendoli disse tra s‚: "Dovr• dunque desistere dalla mia impresa e darmi per vinta, senza riuscire a distogliere il re dei Teucri dall'Italia? Me lo vietano i Fati! Eppure Minerva ha potuto incendiare la flotta dei Greci e sommergerli in mare per punire le colpe del solo Aiace d'Oileo! Lei stessa scagli• dalle nubi il rapido fuoco di Giove, disperse le navi e sconvolse i flutti coi venti, travolse in un turbine Aiace che vomitava fiamme dal petto fulminato, lo infilz• in uno scoglio; ed io, che incedo solenne a capo di tutti gli Dei, sorella e moglie di Giove, io muovo da tanti anni guerra a un popolo solo e non riesco a domarlo. Ma chi d'ora in avanti onorer… pi— la gloria di Giunone, e imporr… sacrifici ai suoi altari?" La Dea, volgendo tra s‚ tali pensieri nel cuore infiammato di collera, giunse all'isola Eolia patria dei nembi, terra piena di venti furiosi. Qui il re Eolo controlla in un'immensa caverna le sonore tempeste e i venti ribelli che tiene prigionieri,carichi di catene Fremono urlando di rabbia intorno ai chiavistelli con un alto muggito che scuote la montagna; Eolo, in mano lo scettro, seduto in vetta a una rupe ne mitiga la rabbia e ne modera gli animi. Se non facesse cos i rapidi venti trascinerebbero via perdutamente nell'aria i mari, le terre e il cielo profondo. Temendo un tale pericolo, il Padre onnipotente li chiuse in nere caverne, imponendovi sopra elevate montagne, e dette loro un re che, secondo i suoi ordini, sapesse volta a volta trattenerli o sbrigliarli, con legge sicura. Giunone gli si rivolse con voce supplichevole: "Eolo (poich‚ a te il Padre degli Dei e re degli uomini ha dato il potere sui venti; con cui calmare i flutti o alzarli sino alle stelle), una razza che odio naviga nel Tirreno per portare in Italia Ilio e i vinti Penati: scatena la potenza dei venti, affonda le navi, o disperdi i Troiani, seminali per il mare. Ho quattordici Ninfe dal corpo bellissimo, ti destiner• Deiopea, la pi— bella di tutte, la far• tua in nodo indissolubile e voglio che in compenso d'un tale servigio trascorra con te tutti i suoi anni e ti faccia padre di spendidi figli." Eolo rispose: "A te, regina, spetta decidere quello che vuoi, a me spetta eseguire i tuoi ordini. A te devo il mio regno, comunque esso sia, il mio scettro e il favore di Giove: Š merito tuo se siedo ai banchetti celesti e sono il padrone dei venti." Allora Eolo col piede della lancia percosse il cavo fianco del monte, e i venti in schiera serrata come un esercito irruppero attraverso la porta per scatenarsi in un turbine su tutta la terra. Euro, Noto ed Africo fecondo di tempeste piombarono insieme sul mare sconvolgendolo a fondo e rotolando enormi ondate contro le spiagge. Gridano di terrore gli uomini, le sarte stridono. Nubi improvvise nascondono il cielo e la luce agli occhi dei Troiani: si stende nera una notte sul mare. La volta celeste tuona, l'aria balena di fulmini frequenti e tutto, nell'acqua e nel cielo, minaccia ai marinai una morte imminente. Enea si sente agghiacciare le membra di paura, gemendo leva le mani verso le stelle e dice: "O mille volte beato chi ebbe la fortuna di morire davanti agli occhi di suo padre sotto le mura di Troia! O Tidide, il pi— forte dei Greci, avessi potuto spirare sotto i tuoi colpi nei campi d'Ilio, dove, ucciso dal figlio di Teti, il forte Ettore giace, dove giace l'immenso Sarpedonte ed il fiume Simoenta travolge tanti scudi, tanti elmi, tante salme d'eroi!" Ed ecco che una raffica stridente d'Aquilone colpisce la sua vela e solleva le onde sino al cielo. Si spezzano i remi, la prua gira e la nave presenta il fianco ai cavalloni; una montagna d'acqua sopravviene impetuosa. I marinai son sospesi in cima ai flutti, altri vedono tra le onde impazzite la terra del fondo; la tempesta sconvolge persino la sabbia. Tre navi portate da Noto si schiantano contro gli scogli che gli Itali chiamano Are (scogli sperduti nell'acqua, dal dorso immenso che sfiora la superficie del mare); Euro ne spinge altre tre contro banchi di sabbia, e le circonda di un monte di sterile arena. Un'onda enorme colpisce dall'alto sulla poppa, davanti agli occhi di Enea, la nave che portava i Lici e il fido Oronte; il timoniere Š strappato dal suo posto e gettato in mare a capofitto; un gorgo fa roteare la nave per tre volte finch‚ un rapido vortice la ingoia nel profondo. Pochi naufraghi nuotano sull'immensa distesa sparsi qua e l…, fra le tavole galleggianti, i relitti dei tesori di Troia, le armi dei guerrieri. E gi… la tempesta vinceva il solido scafo di Ilioneo, insieme a quelli del forte Acate, di Abante, del vecchio Alete: tutti imbarcano l'acqua nemica dal fasciame sconnesso e non tengono pi—. Intanto Nettuno s'accorse dall'alto muggito del mare che era stata sfrenata una tempesta tremenda, l'acqua sconvolta sino al suo fondo sabbioso. Assai ne fu turbato: sollev• il capo placido a fiore delle onde, guardando tutto intorno, e vide la flotta di Enea dispersa per l'oceano, i Teucri sopraffatti dai flutti e dall'ira del cielo. Comprese immediatamente l'inganno di Giunone e, chiamati a s‚ i venti Euro e Zefiro, disse: "Tanta fiducia avete nella vostra razza? Gi…, o venti, osate sconvolgere cielo e terra, sollevare ondate cos grandi contro la mia volont…? Io vi far•...! Ma Š meglio calmare i flutti agitati: vi punir• un'altra volta, in modo ben diverso. Fuggite in fretta, correte a dire al vostro re che il dominio del mare e il tridente terribile sono toccati in sorte a me e non a lui. Eolo governa i sassi immensi dove sono le vostre case, o Euro! Si agiti come vuole nel suo palazzo e regni nel carcere dei venti!" Non aveva nemmeno finito di parlare che gi… aveva placato i flutti agitati e disperso le nubi, riconducendo il sole. Tritone e Cim•toe unendo i loro sforzi liberano le navi in secca sugli scogli: Nettuno stesso le alza col suo tridente, aprendo loro una via d'uscita tra le sabbie e calmando il mare, quindi sfiora con le ruote leggere del suo cocchio le onde. Come spesso succede quando in mezzo a una folla s'Š accesa la rivolta e l'ignobile plebe infuria, sassi volano e tizzoni, il furore arma tutte le mani, ma ecco i rivoltosi vedono un personaggio illustre per i suoi meriti e per la sua piet… e ammutoliscono, tendono l'orecchio; quegli frena con le parole gli animi, intenerisce i cuori: cos il fragore del mare cess• quando Nettuno, volto lo sguardo alle acque, sotto il cielo sereno volava sul rapido carro lanciando i cavalli sbrigliati. Gli Eneadi stanchi si sforzano di raggiungere i lidi pi— vicini e si volgono alle spiagge di Libia. Un'insenatura profonda s'apre davanti a un'isola che coi suoi fianchi la chiude come un porto: ogni onda d'alto mare si frange contro l'isola e rotta in circoli Š respinta indietro. A destra e a manca scoscendono dirupi e due scogli si levano minacciosi alle stelle: sotto le loro vette per largo spazio le onde giacciono silenziose. In alto sovrasta un sipario di alberi stormenti, bosco nerissimo d'ombre: a piŠ dell'opposta parete sotto rocce sospese si spalanca una grotta in cui sgorga una fonte d'acqua dolce, vi sono sedili di pietra viva, dimora delle ninfe. Qui le navi stan ferme senza il bisogno d'ormeggio, senz'ancora che le leghi col morso del dente adunco. Enea vi approda con sole sette navi superstiti e i Troiani, sbarcati fuori di s‚ dalla gioia di toccar terra, si accampano sulla spiaggia sognata e allungano a terra le membra stillanti di salsedine. Subito Acate sprigiona dalla selce la fiamma e d… fuoco alle foglie, ammucchiandovi intorno legna ben secca. I Troiani, stanchi di tante avventure, traggono dalle stive, col frumento avariato, le mole, preparandosi ad asciugare al fuoco le biade recuperate dal mare e a macinarle. Intanto Enea s'inerpica su una rupe ed osserva l'orizzonte marino per gran tratto, se mai riesca a vedere Anteo sbattuto dal vento e le frigie biremi, Capi o le insegne di Caco sulle alte poppe. Nessuna nave Š in vista, ma lungo il lido egli scorge tre cervi erranti: interi branchi vengono appresso ed una lunga schiera pascola per le valli. L'eroe si ferma e, preso l'arco e le rapide frecce che il fido Acate portava, abbatte i tre capi-branco dalle teste arroganti, adorne di corna ramose; indi scompiglia gli altri seguendoli tra i boschi frondosi con i dardi, n‚ interrompe la caccia prima d'aver disteso al suolo sette enormi corpi, in numero eguale a quello delle navi. Tornato al porto divide la preda tra i compagni. Distribuiti i vini - di cui l'ospite Aceste aveva caricato molte anfore sul lido di Trinacria, regalo ai Troiani partenti - ne consola in tal modo i cuori addolorati: "O amici (siamo avvezzi da tempo alle sventure), o voi che avete sofferto malanni ben pi— gravi: un Dio metter… fine anche a questi! Con me vedeste da vicino il furore di Scilla, gli scogli risonanti nel profondo, vedeste le rupi dei Ciclopi. Coraggio, allontanate ogni triste paura: un giorno ci sar… gradito rievocare, forse, questi travagli. Traverso tante vicende, traverso tanti pericoli andiamo verso il Lazio, dove i Fati ci additano sedi tranquille e dove, per volere dei Fati, risorgeranno alfine i dominii di Troia. Tenete duro e serbatevi ad eventi migliori!" Cos parlava Enea. In mezzo agli affannosi pensieri simula in volto la speranza, nel cuore soffocando il dolore profondo. I suoi compagni si affaticano intorno alla preda ed al cibo. Spellano gli animali mettendo a nudo le carni, alcuni le tagliano a pezzi e ancora palpitanti le infilzano negli spiedi, altri accendono il fuoco e pongono sul lido le caldaie di bronzo. Poi si rimettono in forze col cibo, stesi sull'erba si saziano di grassa carne e di vino vecchio Spenta la fame e tolte le mense, parlano a lungo dei compagni perduti: incerti tra speranza e timore si chiedono se ritenerli vivi o morti, giunti all'ultimo di tutti i mali, sordi a ogni richiamo. Il pio Enea pi— degli altri piange in cuor suo la sorte del fiero Oronte, quella di Lico e Amico, e il forte Ga e il forte Cloanto. I lamenti cessavano quando Giove, guardando gi— dall'alto del cielo il mare su cui volano le vele, i lidi, le basse terre, i popoli sparsi, fiss• gli occhi alla Libia. E Venere tristissima, soffusa di lagrime le pupille lucenti, gli disse: "O tu che reggi con eterno dominio le vicende divine ed umane, e atterrisci col fulmine i tuoi sudditi, dimmi che cosa han fatto contro di te il mio Enea ed i Teucri, pei quali dopo tante sciagure si chiude l'universo a causa dell'Italia? Certo, tu m'hai promesso che un giorno, dopo molto volgere d'anni, di qui, dal rinnovato sangue di Teucro avranno origine i potenti Romani, padroni assoluti di tutte le terre e del mare; che cosa t'ha fatto cambiare parere? Ed io che mi consolavo della caduta di Troia e della sua rovina pensando al lieto avvenire! Ma ora un'eguale sfortuna perseguita quei valorosi, spinti da tante disgrazie. Altissimo re, quale termine porrai alle loro fatiche? Antenore, scampato agli Achei, pot‚ pure entrare nel golfo illirico, spingersi senza pericolo in territorio liburnico sin oltre le sorgenti del Timavo che simile a un mare impetuoso erompe dalla montagna per nove bocche, con alto frastuono, e inonda i campi di un'acqua risonante. Qui Antenore ha fondato Padova e stabilito una colonia troiana, dando il suo nome al popolo: qui ha appeso le armi d'Ilio, qui riposa tranquillo in una placida pace. Ma noi, che siamo tuo sangue, noi, ai quali prometti la reggia del cielo, perdute le navi (o sventura!) siamo lasciati a noi stessi e tenuti lontani dalle spiagge d'Italia per l'ira di una Dea. Questo sarebbe il premio della nostra piet…, il nostro nuovo regno?" Il padre di tutti, col riso con cui rasserena il cielo e le tempeste, sfior• d'un lieve bacio le labbra della figlia e le disse: "Non avere paura o Citerea, immutato Š il destino dei tuoi. Tu vedrai la citt… e le mura promesse di Lavinio, alzerai il magnanimo Enea sino alle stelle del cielo: non ho cambiato parere. L'eroe (te lo dir•, poich‚ sei preoccupata, svelandoti i segreti del lontano futuro) combatter… in Italia una gran guerra, domando popoli fieri, dar… alla sua gente leggi e salde mura, finch‚ la terza estate l'avr… visto regnare sul Lazio, finch‚ tre freddi inverni saranno trascorsi dal giorno della vittoria sui Rutuli. Ma Ascanio, che adesso si chiama anche Iulo (era Ilo finch‚ il trono d'Ilio durava), compir… nel volgere dei mesi trenta anni di regno, trasferir… da Lavinio la capitale a Albalonga che fortificher… con potenti muraglie. L… per trecento anni governeranno gli Ettoridi fin quando la regale sacerdotessa Rea Silvia per opera di Marte partorir… due gemelli. Allora Romolo, lieto di cingersi i fianchi di una pelle di lupa (sua nutrice), riunendo la propria gente alzer… le mura sacre a Marte; chiamer… gli abitanti Romani, dal suo nome. Al loro dominio non pongo n‚ limiti di spazio n‚ di tempo: ho promesso un impero infinito. E la stessa crudele Giunone, che adesso sconvolge mare, terre e cielo, muter… d'avviso in meglio e con me favorir… i Romani vestiti di toga, dominatori del mondo. Un'epoca verr…, col volgere degli anni, in cui la casata d'Assaraco asservir… Micene e Ftia, dominer… vittoriosa su Argo. Da grande stirpe troiana nascer… Giulio Cesare (da Iulo viene il suo nome) che spinger… i confini dell'impero all'Oceano, la fama sino alle stelle. Un giorno tu, serena, riceverai in Olimpo il grande eroe, glorioso delle spoglie d'Oriente; anch'egli sar… Dio, venerato dagli uomini. Allora, cessate le guerre, il secolo feroce mite diventer…; Vesta, la Fede canuta, Quirino e il fratello Remo daranno pacifiche leggi; le porte della Guerra saranno chiuse col ferro e con stretti legami; l… dentro l'empio Furore seduto su un mucchio d'armi, le mani dietro la schiena legate con ceppi di bronzo, fremer… d'ira impotente digrignando terribile la bocca sanguinosa." Disse e dall'alto del cielo mand• il figlio di Maia perch‚ aprisse ai Troiani l'ospitalit… della terra e delle mura recenti di Cartagine (a volte Didone, ignara dei Fati, non dovesse scacciarli!). Mercurio, volando per l'aria sulle rapide ali, arriva in un momento alle spiagge di Libia. Subito esegue gli ordini, e per sua volont… i Fenici depongono ogni umore malvagio; Didone pi— di ogni altro assume sentimenti pacifici e benevoli per gli esuli troiani. Intanto Enea, che aveva trascorso l'intera notte meditando il da farsi, appena nata la luce decise di esplorare quei luoghi ignoti, cercando su quali coste il vento l'abbia costretto a approdare, se vi abitino uomini oppure solo fiere (poich‚ le vede incolte), e riferire ai compagni. Nasconde la sua flotta in un'insenatura boscosa, sotto una rupe concava, in modo che gli alberi le proiettino intorno un'ombra densissima; poi s'inoltra nei campi in compagnia di Acate brandendo due giavellotti dalla punta di ferro. In mezzo a un bosco gli venne incontro Citerea in veste di fanciulla, armata come una vergine di Sparta, somigliante alla tracia Arp…lice quando stanca i cavalli superando alla corsa l'alato Euro. Teneva, come usano i cacciatori, attaccato alle spalle un arco maneggevole, sciolti al vento i capelli e nude le ginocchia, i lembi della veste legati con un nodo. "Giovani - disse per prima - avete forse visto passare di qui qualcuna delle mie sorelle, armata di faretra, vestita di una pelle macchiettata di lince, e inseguire gridando la fuga di un cinghiale dalla bocca schiumosa?" Ed il figlio: "Non ho n‚ visto n‚ sentito le tue sorelle, o vergine. Che nome devo darti? Il tuo volto non Š mortale, la tua voce ha un suono pi— che umano. Creatura divina, sei Diana o una Ninfa? Assistici, chiunque tu sia, ed allevia il nostro affanno doloroso; spiegaci finalmente in quale punto del mondo siamo stati gettati, sotto che cielo: erriamo sbattuti qua e l… dal vento e dagli immensi flutti, senza sapere nulla del luogo e dei suoi abitanti. Te ne saremo grati, e un giorno per mano nostra cadranno molte vittime davanti ai tuoi altari!" "Non mi considero degna di tali onori - rispose Venere. - Noi fanciulle di Tiro usiamo portare la faretra e calzare alte uose purpuree. Questo Š un regno fenicio, una citt… di Agenore sorta in terra dei Libici, razza indomabile in guerra. Ne Š regina Didone, partita un giorno da Tiro fuggendo suo fratello. Lunga a narrare Š l'ingiuria da lei patita, lunghe le sue peripezie; te le racconter• per sommi capi. Sicheo, il pi— ricco di terra di tutti i Fenici, era suo sposo amatissimo. Regnava su Sidone il fratello di lei Pigmalione, malvagio pi— di chiunque. Ci fu una lite tra i due. L'atroce tiranno, accecato dalla brama dell'oro, sorprese Sicheo e lo trafisse davanti agli altari senza curarsi del grande amore di sua sorella. Per molto tempo cel• il delitto ingannando con vane speranze l'amante addolorata. Ma in sogno la misera vide l'immagine del marito insepolto: levando il viso pallidissimo le mostr• gli empi altari e il petto squarciato dal ferro, le rivel• il segreto delitto familiare. Poi la persuase a fuggire, a lasciare la patria; per facilitarle il viaggio le indic• antichi tesori nascosti sottoterra, una ricchezza ignorata d'oro e d'argento. Didone, scossa da tali notizie, si prepar• alla fuga, scegliendo compagni fidati tra quelli che temevano o odiavano il tiranno. I congiurati assalirono navi gi… pronte a salpare caricandole d'oro: i beni dell'avaro tiranno sono rapiti per mare, ed una donna Š a capo dell'impresa. Poi giunsero nei luoghi dove adesso vedrai innalzarsi le mura gigantesche e la rocca della nuova Cartagine. Comprarono tanta terra quanta una pelle di toro potesse circondarne. Per questo la citt… ha pure il nome di Birsa. Ma ditemi, voi chi siete? Da che paese venite? Dove pensate di andare?" Con un profondo sospiro Enea rispose: "O Dea, se risalissi all'origine delle nostre disgrazie e tu volessi ascoltare la storia dei nostri travagli, prima di aver finito si chiuderebbe il cielo ed Espero porrebbe fine alla luce del giorno. Una tempesta ci ha spinto alle spiagge di Libia dopo un lungo errare per mari diversi, partiti dall'antica Troia (se mai il nome di Troia venne alle vostre orecchie). Io sono il pio Enea famoso sino alle stelle, porto con me sulla flotta i Lari scampati al nemico. Cerco l'Italia, culla della mia stirpe discesa da Giove. Seguendo la sorte m'imbarcai sul mar frigio con venti navi: Venere m'insegnava il cammino. Me ne restano sette soltanto, sconquassate dal vento e dalle onde, e ignoto a tutti, mendico, cacciato dall'Europa e dall'Asia percorro i deserti di Libia." Venere non sopport• di vederlo pi— oltre lamentarsi e cos lo interruppe, nel mezzo del suo dolore: "Chiunque tu sia, non ti credo odioso ai Celesti, dato che sei venuto dalla citt… dei Tiri. Continua il tuo cammino e recati al palazzo della regina. Predco - se i genitori non m'hanno insegnato per nulla l'arte degli indovini - che i tuoi compagni son salvi e la flotta Š al sicuro, spinta in luogo tranquillo dal mutare dei venti. Guarda la schiera festosa di quei dodici cigni, che l'aquila di Giove calando dall'alto del cielo aveva disperso per l'aria: ora si vedono, in fila lunga, o scegliere il luogo dove posarsi o scrutare il luogo gi… scelto. Come quei cigni scherzano battendo le ali gioiosamente e volano in circolo, cantando, cos le tue navi e i compagni o sono gi… fermi in porto o vi entrano a vele spiegate. Va' dunque tranquillo, dirigi pure i tuoi passi dove la strada ti porta!" Disse, e volgendosi rivel• lo splendore del collo, i suoi capelli odorosi d'ambrosia spirarono un profumo divino, la veste le discese fluente sino ai piedi: si rivel• vera Dea nell'incedere. Enea riconobbe la madre vedendola andar via e le disse: "Crudele anche tu, perch‚ inganni continuamente il figlio con mentite sembianze? Perch‚ non posso stringerti la mano, sentirti parlare, risponderti a viso aperto?" Cos dicendo si mosse verso le mura lontane. Venere cinse i viandanti d'aria opaca, li avvolse d'un fitto velo di nebbia perch‚ nessuno potesse vederli o toccarli o fermarli o chiedere le ragioni del loro arrivo. Quindi la Dea vol• sino a Pafo, rivide lieta quel luogo diletto dove sorge in suo onore un gran tempio, e dove cento altari profumati di fresche ghirlande bruciano incenso. Enea ed Acate intanto affrettavano il passo lungo il sentiero. E gi… erano in cima a un colle sovrastante Cartagine, dirimpetto alla rocca che sorge un po' pi— in basso. Enea ammira i palazzi (un tempo capanne), le porte, il lastrico delle vie. I Tiri pieni d'ardore lavorano con gran chiasso: alcuni elevano mura, costruiscono la rocca e rotolano macigni con le mani, altri scelgono il luogo dove alzare la propria casa e intorno vi disegnano un solco, altri eleggono i giudici, le cariche pubbliche e il sacro senato; alcuni scavano un porto, altri in profondit… gettano le fondamenta d'un teatro o ricavano da blocchi di pietra colonne smisurate, altissimi ornamenti della futura scena. Cos turbinano le api al principio d'estate per la campagna fiorita, sotto il sole, in un fitto ronzio, quando portano all'aria le nuove covate o condensano il liquido miele o riempiono le celle dei favi di nettare dolce o accolgono il bottino recato da altre operaie, o quando - serrate le file - scacciano dagli alveari la razza inetta dei fuchi: ferve il lavoro, fragrante il miele profuma di timo. "O fortunati coloro le cui mura gi… sorgono!" esclama Enea, guardando i tetti della citt…. Mirabilmente nascosto dalla nebbia, s'avanza in mezzo alla folla e nessuno riesce a vederlo. Al centro della citt… sorgeva un bosco sacro ricchissimo d'ombra: qui un tempo i Fenici, sbattuti sulla costa dalle onde e dal turbine, avevano trovato sottoterra il segnale predetto da Giunone, il teschio d'un focoso cavallo (certo augurio che il nuovo popolo un giorno sarebbe forte in guerra e prospero per secoli). Didone vi aveva eretto un gran tempio a Giunone ricco di molti tesori e della presenza divina: aveva soglie di bronzo e stipiti di bronzo, grandi porte di bronzo giravano sui cardini. Enea vide una cosa che per la prima volta calm• le sue paure, lo indusse all'ottimismo, lo convinse a sperare. Mentre esamina il tempio, minutamente, aspettando che arrivi la regina, ammira la fortuna della citt… e considera come ferva il lavoro, ecco che lo colpisce una serie di affreschi raffiguranti la guerra di Troia, gi… famosa in tutto il mondo: vede gli Atridi, Priamo e Achille nemico agli uni e all'altro. Allora si ferm• piangendo e disse: "O Acate, esiste sulla terra un luogo che non sia colmo della nostra disgrazia? Ecco Priamo! Anche qui si loda il merito, ci sono lagrime per le sventure e i travagli degli uomini toccano i cuori. Deponi ogni residuo timore: siamo famosi, e questo sar… la nostra salvezza." Cos dicendo riempiva l'anima di vuote immagini, il volto rigato di pianto. Vedeva da una parte i Greci sotto Troia fuggire incalzati dai giovani Troiani, dall'altra vedeva i Frigi inseguiti da Achille montato sul cocchio, con l'elmo crestato. Pi— in l… riconosceva piangendo le tende bianche come la neve di Reso, e Diomede tutto pieno di sangue che, avendole assalite a tradimento nel primo sonno, portava gli ardenti cavalli al suo accampamento prima ancora che avessero gustato l'erba di Troia, bevuto l'acqua di Xanto. Da un'altra parte Troilo, misero giovinetto di forze troppo ineguali, venuto a battaglia con Achille, perdute le armi, era portato dai suoi cavalli in fuga e pendeva dal vuoto carro, supino, tenendo ancora in mano le redini; la testa e i capelli che strisciavano in terra, la lancia capovolta che rigava la polvere. Intanto le donne troiane con le chiome disciolte si recavano al tempio della nemica Pallade e tristi, supplichevoli, percuotendosi il petto con le mani, le offrivano un manto prezioso: la Dea volgeva la testa, gli occhi chinati a terra. Achille dopo avere trascinato tre volte Ettore attorno alle mura di Troia, ne vendeva a peso d'oro il povero corpo esanime. Enea quando vide le spoglie dell'amico, il suo carro, il suo cadavere e Priamo che tendeva le mani inermi, emise un gemito dal profondo del petto. Poi riconobbe se stesso nel pieno della zuffa con i principi achei, e le schiere orientali, le armi del nero Memnone. Pentesilea furiosa guidava le sue Amazzoni dagli scudi lunati: la vergine guerriera - una cintura d'oro sotto il seno scoperto - ardeva nella mischia ed osava combattere coi guerrieri pi— prodi. Mentre il dardanio Enea osserva queste scene mirabili e stupisce, assorto in contemplazione, la regina Didone, spendida di bellezza, avanza verso il tempio tra una schiera di giovani. Come Diana guida le danze sulle rive dell'Eurota o sui gioghi del Cinto e mille Oreadi le si addensano intorno seguendola (la Dea avanza, la faretra sull'omero, pi— alta di tutte le altre Ninfe, e Latona ne gode nel segreto del cuore): cos Didone, lieta, camminava tra i suoi, sollecita dei lavori e del regno che sorge. Poi prese posto su un trono proprio in mezzo al santuario, davanti alla cella della Dea, circondata dal suo corpo di guardia. La regina sedeva in giudizio, rendeva giustizia e assegnava equamente i lavori da compiersi, quando Enea d'improvviso vide giungere in mezzo a una gran folla Anteo, Sergesto, il forte Cloanto ed altri Troiani che la nera tempesta aveva disperso pel mare e aveva gettato lontano, su spiagge diverse. Stupirono ad un tempo lui e Acate, perplessi tra la gioia e il timore: bruciano dalla voglia di stringere loro le mani, ma il non sapere come andranno le cose li turba. Stanno quieti, avvolti dalla nube, ad aspettare che sorte toccher… ai loro compagni, a sentire in qual lido abbian lasciato la flotta, perch‚ siano venuti - uomini scelti da tutte le navi - a implorare piet…, dirigendosi al tempio tra i gridi della folla. Quando furono entrati ed ebbero il permesso di parlare a Didone, Ilioneo, il pi— autorevole, cominci• a dire con calma: "O regina, cui Giove ha concesso fondare una nuova citt… e reggere superbe popolazioni, noi miseri Teucri, sbattuti dai venti per ogni mare, veniamo a supplicarti: vieta che si dia fuoco alle navi, risparmia un popolo pio, esamina il nostro caso con attenzione e piet…. Noi non siamo venuti a devastare con le armi i Penati dei Libici, n‚ a rapirvi la roba, fuggendo poi in mare come pirati: non siamo cos crudeli, n‚ tanta protervia si addice a un popolo vinto. Esiste un'antica terra che i Greci chiamano Esperia, potente nelle armi, dal suolo fertilissimo; un tempo la abitarono gli Enotri, e si dice che i loro discendenti l'abbian chiamata Italia dal nome di un loro re. Era la nostra meta... Quando a un tratto Orione impetuoso, sorgendo dai flutti, ci cacci• su bassifondi nascosti e scatenando i venti ci disperse lontano, vinti dal mare, per onde e scogli inaccessibili: siamo approdati in pochi alla vostra riviera. Ma che gente Š la tua? Che barbaro costume ci impedisce di scendere a terra e di fermarci sulla spiaggia? Perch‚ farci guerra? Se avete in poco conto il genere umano e le armi degli uomini, temete almeno gli Dei che ricordano e giudicano il bene e il male. Enea, l'uomo pi— giusto, pietoso, prode di tutti i mortali, Š il nostro re. Se i Fati ancora lo serbano in vita, se respira, se ancora non riposa tra le ombre crudeli della morte, non abbiamo paura di nulla; n‚ dovrai certo pentirti d'aver gareggiato con lui in cortesia. Vi sono citt… ed armi troiane anche al paese dei Siculi, dove regna l'illustre Aceste di sangue dardanio. Lasciaci trarre a riva la flotta sconquassata dai venti, aggiustarla con travi tagliate dalle selve, fabbricarci dei remi; per poi salpare lieti verso l'Italia e il Lazio, se ci sar… concesso - trovati il re e i compagni - di andare verso l'Italia. Se non c'Š pi— salvezza, se il mare della Libia t'ha inghiottito o pio Enea, ottimo padre dei Teucri, se Š perito anche Julo nostra futura speranza, andremo almeno in Sicilia, alle sedi ospitali di dove siamo partiti, rivedremo il re Aceste!" Cos diceva Ilioneo e tutti i Troiani mormorando approvavano... Allora Didone, abbassati gli occhi a terra, rispose: "Non abbiate paura, bandite gli affanni dal cuore. La dura necessit…, i rischi che corre lo Stato troppo recente e ancora poco solido, m'obbligano a usare tali cautele, difendendo ovunque i confini con corpi di guardia. Chi non conosce la stirpe degli Eneadi, Troia, il valore, gli eroi, l'incendio che pose fine a cos grande guerra? Non sono duri gli animi dei Tiri, il Sole aggioga i suoi cavalli abbastanza vicino alla mia citt… da infondere il calore della piet… nei cuori dei miei sudditi e in me. Vi lascer• partire sicuri, vi aiuter• con ogni mezzo, tanto che vogliate cercare la grande Esperia e le terre sacre a Saturno, quanto vogliate dirigervi ai lidi d'Erice, dal re Aceste. Se poi volete fermarvi nel mio regno, sappiate che questa nuova citt… Š vostra: tirate a secco le navi, non far• nessuna differenza tra Punici e Troiani. Volesse il cielo che Enea fosse qui, trascinato dal medesimo vento! Comunque mander• persone fidate a frugare le coste, e ordiner• di esplorare tutta quanta la Libia, per vedere se fosse riuscito a prendere terra e magari stia errando per qualche bosco o citt…." Rassicurati, il pio Enea e il forte Acate da tempo bruciavano dal desiderio di squarciare la nube. E Acate disse a Enea: "O figlio di Venere, che cosa pensi di fare? Tutto va bene, lo vedi: la flotta e i compagni son stati ritrovati. Manca soltanto Oronte, che abbiamo visto noi stessi sommerso dalle onde feroci: tutto il resto risponde fedelmente ai detti di tua madre." Aveva appena parlato quando la fitta nebbia che li chiudeva si sciolse d'improvviso e disparve nell'aria libera. Enea splendette nella chiara luce simile a un Dio; bellissimo di viso e di corporatura; poich‚ la stessa Venere col suo soffio divino aveva dato al figlio una chioma stupenda e la purpurea luce di giovinezza ed occhi soavemente brillanti. Cos l'artista aggiunge splendore al chiaro avorio, cos l'oro abbellisce l'argento o il marmo pario. Allora parla a Didone davanti alla folla stupita dalla sua apparizione inaspettata, e dice: "Ecco il troiano Enea che cercate, sfuggito alle onde della Libia. O regina, che sola hai avuto piet… dei travagli indicibili di Troia, e che ci accogli da amici in casa tua scampati dai Greci, esausti da tante fatiche di terra e di mare, bisognosi di tutto: non siamo in grado di renderti ringraziamenti degni, n‚ noi n‚ quanto resta della gente troiana sparsa un poco dovunque, per tutto il vasto mondo. Ti ricompenseranno gli Dei, se un qualche Nume ha riguardo dei buoni, se esiste la giustizia e la coscienza del bene. Che secolo felice ti produsse? Che nobili genitori ti fecero, o gentile? Finch‚ i fiumi correranno al mare, finch‚ le ombre percorreranno i fianchi delle montagne, finch‚ il cielo nutrir… le vive stelle: in me, dovunque il destino mi chiami dureranno il tuo nome, la tua grazia e i tuoi meriti!" Ci• detto tese la destra a Ilioneo, la sinistra a Seresto e man mano salut• tutti gli altri, il valoroso Ga ed il forte Cloanto. La sidonia Didone stup prima a vederlo poi a sentirlo narrare le sue sventure, e disse: "Figlio di Dea, quale sorte ti perseguita in mezzo a cos grandi pericoli? Quale forza ti spinge a spiagge barbare? Tu sei quell'Enea che Venere gener• ad Anchise presso l'onda del frigio Simoenta? Ricordo che Teucro, il fratello di Ajace, venne un giorno a Sidone, scacciato dalla patria, cercando un nuovo regno con l'aiuto di Belo mio padre, il quale allora saccheggiava la ricca Cipro e ne era signore. Da quel giorno so tutto della rovina di Troia, di te e dei re pelasgi. Bench‚ ostile ai Troiani, Teucro assai li lodava e si diceva nato dalla stirpe dei Teucri. Venite dunque, o giovani, entrate a casa mia. Un'identica sorte volle che anch'io, sbattuta in mezzo a molti travagli, giungessi finalmente a questa cara terra. Non ignoro il dolore, per questo ho imparato a aiutare chi soffre." Cos dicendo guida Enea al palazzo reale e ordina sacrifici nei templi dei Celesti. Poi manda ai Troiani rimasti sulle navi venti tori, con cento maiali setolosi e cento agnelli grassi e cento pecore, doni destinati a far festa quel giorno... Intanto la spendida reggia viene addobbata con lusso davvero regale. Il banchetto Š allestito in una sala centrale: si stendono tappeti intessuti con arte di magnifica porpora, si pone sulle tavole vasellame d'argento di gran peso, che reca - cesellate nell'oro - le grandi imprese dei padri, lunghissima serie d'eventi condotta per tanti e tanti eroi dall'origine prima di quell'antica stirpe. Poich‚ l'amore paterno lo travagliava, Enea manda Acate alle navi a recare notizie ad Ascanio e condurlo con s‚ alla citt…: ogni preoccupazione del tenero padre Š per lui. Poi ordina che si portino alla regina doni scampati alla rovina di Troia: un mantello pesante di ricami e d'oro, un velo orlato di gialle foglie d'acanto, belle cose che Elena aveva preso con s‚ fuggendo da Micene per raggiungere Pergamo e l'amore proibito, regali meravigliosi di sua madre. Comanda inoltre le si rechino lo scettro di Ilione, figlia maggiore di Priamo, la sua collana di perle e una corona doppia d'oro e pietre preziose. Acate eseguendo gli ordini s'affretta verso le navi. Ma Venere in cuor suo medita nuove arti e macchina che Cupido, mutato aspetto, vada a Cartagine al posto del dolce Ascanio e infiammi (recando i doni di Enea) la regina d'amore furioso, sino in fondo alle ossa; poich‚ teme l'ambigua casa, la falsit… dei Tiri, la crudelt… di Giunone, e non riesce a dormire con quel pensiero la notte. Cos dice ad Amore: "Figlio, che sei la mia forza e il mio solo potere, che non temi le folgori del Padre onnipotente, io vengo supplichevole a chiedere il tuo aiuto. Enea, tuo fratello, Š sbattuto dal mare su tutte le spiagge per l'odio di Giunone: lo sai bene, sovente ne hai sofferto con me. In questo momento lo accoglie la fenicia Didone e lo trattiene con molti complimenti: ma temo l'ospitalit… di Giunone, che certo non star… inoperosa in un'ora cos grave e difficile. Allora penso di prendere la regina al mio laccio e infiammarla d'amore, perch‚ non diventi nemica dei Troiani per colpa di qualche altro Celeste, e sia presa d'affetto per Enea come me. Ascolta come potrai assolvere il tuo incarico. Per invito del padre, Ascanio, mia maggiore cara preoccupazione, sta per andare in citt… portando i doni scampati alle fiamme ed al mare: io lo addormenter•, poi lo nasconder• nel sonno in un luogo sacro, sui monti di Citera o sull'Idalio, sicch‚ non possa in alcun modo scoprire le mie trame o nuocere ai miei disegni. Per una sola notte ne imiterai con arte l'aspetto; sei fanciullo, potrai con facilit… assumere quei noti lineamenti: cos quando Didone, felice, ti accoglier… nel suo grembo tra i fumi del vino e del pranzo regale, quando ti abbraccer… riempiendoti di baci, le soffierai nel cuore un fuoco velenoso." Amore obbedisce subito alle parole materne e, deposte le ali, si diverte ad incedere con l'andatura di Iulo. Venere intanto diffonde per le membra di Ascanio un placido sopore e, tenendolo caldo nel suo grembo, lo porta negli alti boschi dell'Idalio, dove la profumata maggiorana lo accoglie, proteggendone i sogni coi suoi fiori odorosi e la sua dolce ombra. E gi… Cupido, secondo il desiderio di Venere, s'incamminava lieto sotto la guida di Acate portando gli splendidi doni alla regina dei Tiri. Quando arriv• a palazzo, Didone s'era gi… assisa al centro del convito, su di un letto dorato dai superbi tappeti, e gi… Enea coi Troiani prendevano posto su coltri di porpora. I servi danno l'acqua alle mani, porgendo tovaglioli finissimi, e tolgono dai cesti il pane. Nell'interno lavorano cinquanta ancelle, cui spetta preparare con ordine la lunga serie di cibi e onorare i Penati bruciando le primizie. Altre cento fanciulle e cento valletti di pari et… assicurano il servizio alle mense, portando i cibi in tavola disponendo le coppe e versando da bere. I Tiri erano accorsi numerosi al banchetto e, giacendo su invito di Didone nei letti ricamati, ammiravano i regali di Enea: il mantello ed il velo orlato di acanto; e ammiravano Iulo, le sue finte parole, lo sguardo ardente di amore. Pi— di tutti lo ammira Didone, destinata a prossima rovina, e non riesce a saziarsene, e s'infiamma guardando il falso Iulo, commossa dal fanciullo e dai doni. Cupido, appesosi al collo di Enea e soddisfatto con il suo abbraccio l'amore dell'uomo che fingeva fosse suo padre, si volse alla regina: Didone gli si attacca con gli occhi e col cuore, e lo prende sulle ginocchia, ignara di riscaldare in grembo un cos grande Nume. Compiendo la volont… di Venere, Cupido comincia a poco a poco a cancellarle dal cuore l'immagine di Sicheo ed a riempirle l'anima da tanto tempo inerte e deserta d'amore con una nuova fiamma. Appena finito il banchetto, i valletti levarono i cibi dalle mense e vi posero grandi vasi colmi di vino sino all'orlo. Il palazzo rimbomba di gioioso strepito e i convitati fanno risuonare le voci per le stanze spaziose; lampade accese pendono dai soffitti dorati, le fiamme delle torce vincono la notte. Allora la regina chiede la coppa d'oro e di gemme in cui Belo ed i suoi discendenti hanno sempre bevuto, e la riempie di vino; si fa dovunque silenzio: "Giove - dice Didone - tu che proteggi gli ospiti, consenti che questo giorno sia lieto per i Tiri e per gli esuli troiani, che i nostri discendenti ne serbino memoria. Ci assistano Bacco creatore di gioia e la buona Giunone. E voi Cartaginesi con animo lieto celebrate il convito!" Cos dicendo versa qualche goccia di vino in onore di Giove sulla mensa, poi sfiora il vino con le labbra e porge la coppa a Bizia incoraggiandolo a bere: Bizia vuota a gran sorsi la tazza spumante, che poi passa di mano in mano a tutti. Jopa dai lunghi capelli, allievo del grande Atlante, suona la cetra dorata. Canta la luna errante e le fatiche del sole, l'origine delle bestie e del genere umano, l'origine dei fulmini e della pioggia: canta le Iadi piovose, Arturo e le due Orse; perch‚ i soli invernali si affrettino tanto a tuffarsi nell'Oceano, perch‚ le notti estive tanto tardino. I Tiri applaudono, seguiti dai Troiani. L'infelice Didone trascorreva la notte parlando con Enea, bevendo l'amoroso veleno. Lo interrogava su Priamo e su Ettore, sulle armi del figlio dell'Aurora, sugli agili cavalli di Diomede, sulla forza di Achille. "Ti prego, ospite - dice: - raccontaci dall'inizio le insidie dei Greci, le sventure dei tuoi e il tuo lungo viaggio: Š gi… la settima estate che il destino ti spinge per ogni terra e mare."   LIBRO SECONDO     Tacquero tutti: gli occhi intenti al viso di Enea pendevano dalle sue labbra. Dal suo posto d'onore, bene in vista, l'eroe cominci• in questi termini: Regina, tu mi chiedi di rinnovare un dolore inesprimibile; mi ordini di dire come i Greci abbian distrutto Troia, le sue ricchezze, il suo regno degno di pianto e narrarti tutte le cose tristi che ho visto coi miei occhi ed alle quali tanto ho preso parte! Chi potrebbe trattenersi dalle lagrime a un tale racconto, fosse pure soldato del duro Ulisse o Mirmidone o Dolope? E gi… l'umida notte precipita dal cielo, le stelle, tramontando, ci persuadono al sonno. Ma se proprio desideri conoscere le nostre disgrazie ed ascoltare brevemente l'estrema sciagura di Troia, quantunque il mio animo inorridisca al ricordo e rilutti di fronte a cos grave dolore, parler•. I capi greci, prostrati dalla guerra e respinti dai Fati dopo tanti e tanti anni, con l'aiuto di Pallade fabbricano un cavallo simile a una montagna, ne connettono i fianchi di tavole d'abete, fingendo che sia un voto (cos si dice in giro) per un felice ritorno. Di nascosto, nel fianco oscuro del cavallo fanno entrare sceltissimi guerrieri, tratti a sorte, riempiendo di una squadra in armi la profonda cavit… del suo ventre. Proprio di fronte a Troia sorge Tenedo, un'isola molto nota, ricchissima finch‚ il regno di Priamo fu saldo, adesso semplice approdo malsicuro: i Greci sbarcano l…, celandosi nel lido deserto. Noi pensammo che fossero andati via salpando verso Micene col favore del vento. E subito tutta la Troade esce dal lungo lutto. Spalanchiamo le porte: come ci piace andare liberi ovunque e vedere gli accampamenti dorici, la pianura deserta, la spiaggia abbandonata! "C'erano i Dolopi qui, il terribile Achille si accampava laggi—, qui tiravano a secco le navi, e l… di solito venivano a combattere." Alcuni stupefatti osservano il fatale regalo della vergine Minerva ed ammirano la mole del cavallo; Timete per primo ci esorta a condurlo entro le mura e a porlo sull'alto della rocca, sia per tradirci, sia perch‚ le sorti di Troia volevano cos. Invece Capi ed altri con pi— accorto giudizio chiedono che quel dono insidioso dei Greci sia gettato nel mare od arso, e che i suoi fianchi siano squarciati e il suo ventre sondato in profondit…. La folla si divide tra i due opposti pareri. Allora, accompagnato da gran gente, furioso, Laocoonte discende dall'alto della rocca e grida da lontano: "Miseri cittadini, quale follia Š la vostra? Credete che i nemici sian partiti davvero e che i doni dei Greci non celino un inganno? Non conoscete Ulisse? O gli Achivi si celano in questo cavo legno, o la macchina Š fatta per spiare oltre i muri e le difese fin dentro le nostre case e piombare dall'alto sulla citt…, o c'Š sotto qualche altra diavoleria: diffidate del cavallo, o Troiani, sia quel che sia! Temo i Greci, anche se portano doni." Cos detto scagli• con molta forza la grande lancia nel ventre ricurvo del cavallo di legno. L'asta s'infisse oscillando, le vuote cavit… del fianco percosso mandarono un gemito rimbombando. Ah, se i Fati non fossero stati contrari e le nostre menti accecate Laocoonte ci avrebbe convinto a distruggere il covo dei Greci; e tu ora, Troia, saresti ancora in piedi, e tu, rocca di Priamo, ti leveresti in alto! Ma ecco dei pastori troiani trascinare davanti al re, fra le urla, un giovane sconosciuto dalle mani legate dietro la schiena: s'era consegnato da solo ai pastori per dare l'ultimo tocco all'inganno e aprire Troia agli Achei, risoluto nell'animo a condurre a buon fine le sue frodi o soccombere a una morte sicura. La giovent— troiana accorre da ogni parte verso di lui, gli fa ressa intorno per vederlo, fa a gara ad insultarlo. Ora ascolta le insidie degli Argivi ed impara a conoscerli tutti dal crimine di uno solo... Quando inerme, impaurito, si ferm• tra di noi guardando le schiere frigie, disse: "Ormai quale terra, quali mari potranno accogliermi? Che cosa pu• fare un infelice che non ha posto al mondo dove stare tra i Greci, e il cui sangue gli ostili Troiani ora reclamano, per vendetta?" Quel pianto fren• la nostra rabbia, ci calm•. Lo esortiamo a raccontarci chi sia, da che sangue discenda, per qual motivo stia l: ci dica perch‚ e come dovremmo fidarci di un Greco prigioniero. Finalmente, deposto ogni timore, disse: "O re, confesser• la verit…, qualsiasi cosa accada: anzitutto sono di stirpe argolica, non lo nego; la sorte maligna ha fatto di me un infelice, ma mai un imbroglione e un bugiardo. Forse t'Š giunta alle orecchie notizia del nome glorioso di Palamede, il Belide, che i Greci mandarono a morte innocente, accusandolo a torto di tradimento con una causa truccata, perch‚ era contro la guerra; ora, morto, lo piangono. Il mio povero padre mi mand• a questa guerra dai primi anni, compagno di Palamede che m'era anche legato per sangue. Finch‚ egli mantenne rango reale e importanza nelle riunioni dei re, io pure ebbi una fama, io pure fui onorato. Ma quando Palamede per l'invidia di Ulisse (dico cose ben note) abbandon• morendo le regioni dell'aria, mi ritirai in disparte, afflitto, in solitudine ed in lutto, indignato tra me per la sventura dell'amico innocente. Pazzo che fui, non seppi tacere! Promisi che avrei fatto vendetta se mi si presentasse l'occasione, tornato vittorioso alla patria Argo: suscitai odii terribili con tali parole. Questa fu l'origine dei miei guai: Ulisse cominci• da allora a spaventarmi con sempre nuove calunnie, a diffondere voci ambigue tra la gente, a cercare di nuocermi, conscio della sua colpa. N‚ si di‚ pace finch‚, con l'aiuto di Calcante... Ma perch‚ ricordare vanamente quei casi dolorosi? Perch‚ indugiare se avete in odio tutti i Greci e vi basta sapere che sono Greco? Presto, mandatemi al supplizio: Š quel che vuole Ulisse, Š quello che gli Atridi sarebbero disposti a pagare a gran prezzo!" Bruciamo dalla voglia d'interrogarlo e sapere le cause della sua fuga, ignari della perfidia e dell'astuzia dei Greci. Tremando egli continua, quel cuore falso, e ci dice: "I Danai tante volte desiderarono andarsene, abbandonare Troia e fuggire via, stanchi di questa guerra eterna. Oh, l'avessero fatto! Spesso l'aspra tempesta chiuse loro le strade del mare e Austro terribile li costrinse a fermarsi. Gi… sorgeva il cavallo fatto di travi d'acero; allora pi— che mai i nembi risuonavano per tutto il vasto cielo. Inquieti mandiamo Euripilo a interrogare l'oracolo di Apollo, ed egli ne torna con questo triste responso: - Placaste i venti col sangue d'una vergine uccisa quando la prima volta veniste alle spiagge di Troia, o Danai: ora dovete implorare un ritorno felice con altro sangue, sacrificare un'anima d'Argo! - Tutti stupirono quando la voce giunse alle orecchie del popolo, un gelido tremore corse per tutte le ossa: chi mai dovr… morire, chi sar… mai la vittima reclamata da Apollo? A questo punto Ulisse trascina fra la gente che urlava sbigottita l'indovino Calcante: gli chiede spiegazioni sul volere dei Numi. E molti mi avvertivano della frode crudele di quell'ingannatore, prevedendo in silenzio l'avvenire. Calcante tace per dieci giorni chiuso in s‚, rifiutando di nominare alcuno, di mandare qualcuno a morire. Alla fine, quasi per forza, spinto dalle grida di Ulisse, parla come d'accordo, mi destina all'altare del sacrificio. Tutti assentirono, lieti permisero che ci• che ognuno temeva per s‚ ricadesse su un altro. E gi… si avvicinava l'infausto giorno, gi… per me si preparavano il sacrificio, le bende da mettere intorno alle tempie, il frumento salato: mi strappai alla morte, lo confesso, spezzai le corde e nella notte mi nascosi tra l'erba e il fango d'uno stagno, finch‚ non facessero vela, pregando che partissero. Non spero pi— oramai di rivedere la patria n‚ i cari figli n‚ il padre tanto desiderato: gli Atridi forse vorranno fare su loro vendetta della mia fuga, espiando con quel sangue la colpa di non avermi ucciso. Perci• ti prego, o re, per i Celesti e gli Dei che sanno la verit…, per la fede, se c'Š ancora un po' di fede tra i mortali, piet… di tante mie miserie, piet… del mio cuore che soffre senza colpa." Gli doniamo la vita, commossi da tante lagrime, lo compatiamo molto. Lo stesso Priamo comanda che gli sian tolti i legami e le manette, e gli dice amichevolmente: "Chiunque tu sia dimentica i Greci, consderati dei nostri. Ma dimmi la verit…: perch‚ quest'immenso cavallo? Chi ne Š l'inventore? A che serve? Ô un ex-voto o un ordigno di guerra?" Sinone, esperto d'inganni e di trappole greche, lev• verso le stelle le mani liberate dalle manette e disse: "Chiamo a testimoniare voi, fuochi eterni, la vostra divinit… inviolabile, e voi altari e voi spade da cui fuggii, e voi bende divine che quand'ero una vittima ho portato: m'Š lecito spezzare il giuramento che mi consacra ai Greci, m'Š lecito odiare i Greci e rivelare tutto quel che nascondono; non c'Š pi— alcuna legge che possa trattenermi. O Troia, tu mantieni le tue promesse, ed io ti salver• (dir• la verit…, rendendoti in cambio della vita un immenso servigio): rimani dunque fedele alla tua santa parola! Le speranze dei Greci per la guerra intrapresa si basarono sempre sull'aiuto di Pallade. Ma un giorno l'empio Tidide e Ulisse l'ingannatore, volendo strappare dal tempio il Palladio fatale, uccise le sentinelle della rocca, rapirono la sacra statua e osarono toccare con le mani insanguinate le bende virginee di Minerva: da allora tali speranze decrebbero, svanirono, le forze s'indebolirono, la mente della Dea divenne ostile, avversa. La Tritonia Minerva lo fece loro capire con prodigi evidenti. Appena la statua fu posta in mezzo all'accampamento nei suoi occhi sbarrati arsero fiamme d'ira, un sudore salato corse per le sue membra; per tre volte la Dea (miracolo incredibile) balz• da terra impugnando lo scudo e l'asta oscillante. Calcante subito annunzia che bisogna fuggire per il mare, che Pergamo non potr… mai cadere sotto le lance argoliche se non si torna ad Argo a chiedere gli auspici, portandovi il Palladio e poi riconducendolo sulle curve carene. Ora, bench‚ ritornino col favore del vento alla patria Micene, cercano nuove armi, Dei propizi e ben presto, rinavigato il mare, giungeranno improvvisi: cos Calcante interpreta i presagi. Calcante ancora li ha convinti a lasciare qui il cavallo al posto del Palladio per riparare l'offesa alla Dea ed espiare il triste sacrilegio; e ha ordinato di farlo cos grande, cos ben contesto di travi - una mole che si alzi sino al cielo - perch‚ non possa passare attraverso le porte, perch‚ i Troiani non riescano a introdurlo in citt… a proteggere il popolo col santo, antico culto. Ch‚ se le vostre mani violano il dono sacro di Minerva (gli Dei ritorcano su Calcante, prima, questo presagio!) una disgrazia estrema ne verrebbe all'impero di Priamo ed ai Troiani; invece se riuscirete a spingere il cavallo sino in cima alla rocca, sarete vittoriosi, porterete la guerra fin sotto le mura di Pelope: ecco quale destino attende i nostri nipoti." Grazie all'arte insidiosa dello spergiuro Sinone la storia fu creduta: e coloro che Achille e il Tidide e dieci anni e migliaia di navi non riuscirono a vincere, li vinsero la frode e le lagrime finte d'un Greco ingannatore. Allora un altro evento molto pi— spaventoso sopraggiunse improvviso a turbarci: infelici! Eletto sacerdote di Nettuno, Laocoonte sacrificava ai piedi dell'altare solenne del Dio un enorme toro. Ed ecco (inorridisco nel dirlo) due serpenti, venendo da Tenedo per l'alta acqua tranquilla, si levano sull'oceano con spire immense e s'avviano insieme verso la spiaggia: i loro petti svettano tra i flutti, le sanguigne creste sorpassano l'onde, il resto del loro corpo sfiora la superficie dell'acqua: enormi groppe che s'attorcono in cerchi sul mare che, frustato dalle code, spumeggia fragoroso. E approdarono a riva: gli occhi ardenti iniettati di sangue e di fuoco, lambivano con le vibranti lingue le bocche sibilanti. Fuggiamo qua e l… pallidi a tale vista. Senza esitare, i serpenti puntano su Laocoonte. E anzitutto, avvinghiati con molte spire viscide i suoi due figli piccoli, ne straziano le membra a morsi. Poi si gettano su Laocoonte che armato correva in loro aiuto stringendolo coi corpi enormi: gi… due volte in un nodo squamoso gli han circondato vita e collo: le due teste stan alte sul suo capo. Sparse le sacre bende di bava e di veleno Laocoonte si sforza di sciogliere quei nodi con le mani ed intanto leva sino alle stelle grida orrende, muggiti simili a quelli d'un toro che riesca a fuggire dall'altare, scuotendo via dal capo la scure che l'ha solo ferito. Infine i due serpenti se ne vanno strisciando sino ai templi pi— alti, raggiungono la rocca della crudele Minerva, rifugiandosi ai piedi della Dea sotto il cerchio del suo concavo scudo. Nuovo terrore s'insinua nelle anime tremanti di tutti noi: molti dicono che meritatamente Laocoonte ha pagato il suo grave delitto, egli che con la lancia colp la statua di quercia scagliandole nel dorso la punta scellerata. Gridano tutti che occorre trascinare il cavallo a Troia, supplicando la santit… di Minerva... Apriamo una breccia nella cinta di mura che attornia la citt…. Ognuno d… una mano a sottoporre ruote scorrevoli al cavallo, a legare al suo collo lunghe funi. La macchina fatale ha gi… passato le mura, piena d'armi, mentre intorno i fanciulli e le vergini cantano gli inni rituali felici di toccare per gioco le funi con le mani. E la macchina avanza, scivola minacciosa in mezzo alla citt…. O patria, casa di Dei, e voi mura dardanie che tanta guerra ha reso famose: quattro volte si ferm• al limitare della porta e altrettante le armi nel suo ventre tuonarono sinistre! Noi non pensiamo a nulla e andiamo avanti, ciechi nella nostra follia, finch‚ non sistemiamo il mostro maledetto dentro la santa rocca. Anche Cassandra allora apr la bocca - mai creduta dai Troiani, per volere d'Apollo - e ci predisse il fatale imminente destino. Quel giorno per noi doveva essere l'ultimo: ma (infelici!) adorniamo di fronde festive i templi degli Dei per tutta la citt…. Intanto il cielo gira su se stesso, la notte erompe dall'oceano, avvolgendo di fitta tenebra terra e cielo e inganni dei Mirmidoni: in ogni casa i Troiani esultanti si sono taciuti, un duro sonno avvince i loro corpi. E gi… l'armata greca avanzava da Tenedo nell'amico silenzio della tacita luna in ordine perfetto, avviandosi ai lidi ben noti, e gi… la nave ammiraglia levava la fiamma d'un segnale luminoso: Sinone, protetto dagli ostili disegni degli Dei, furtivamente allora libera i Greci chiusi nel ventre del cavallo, aprendo gli sportelli di pino. Spalancata la macchina fa uscire all'aperto i guerrieri: si calano con una fune, lieti di abbandonare quella stiva, Tessandro e Stenelo, il feroce Ulisse ed Acamante, Toante e Neottolemo Pelide, Macaone il grande e Menelao, ed infine Epeo stesso artefice dell'inganno. Invadono la citt… sepolta nel sonno e nel vino: massacrano i guardiani, spalancano le porte e fanno entrare come d'accordo i compagni, riunendosi con essi. Era l'ora in cui giunge agli stanchi mortali il primo sonno e serpeggia gradito nei loro corpi per dono degli Dei: ed ecco, in questo sonno io vidi comparirmi davanti un tristissimo Ettore, pieni gli occhi di gran pianto, insozzato di sanguinosa polvere, i fori delle briglie nei piedi tumefatti; come quando, una volta, fu trascinato in furia dalla biga d'Achille. Ahi, com'era ridotto! Com'era diverso dall'Ettore che torn• vittorioso di Patroclo, vestito dell'armi del Pelide, dopo aver scagliato le fiaccole troiane contro le navi greche! Aveva incolta la barba, i capelli grommosi di sangue e per il corpo le infinite ferite riportate morendo sotto le mura patrie. Allora mi sembr• di piangere, parlando a quell'ombra per primo con mestissima voce: "O luce della Troade, suprema speranza dei Teucri, perch‚ tanto hai tardato? Da quali regioni sei venuto, Ettore troppo atteso? Cos ti rivediamo, stanchi, dopo infiniti travagli dei Troiani e d'Ilio, dopo tanti lutti amari dei tuoi? Che cosa ha sfigurato il tuo volto sereno? Perch‚ queste ferite?" Nulla rispose: senza degnare d'attenzione le mie vane domande. Ma traendo dal petto un profondo sospiro mi disse: "Fuggi, fuggi o figlio di una Dea, salvati dalle fiamme! Il nemico Š padrone delle mura e gi… Pergamo precipita dalla sua altezza. Abbiamo fatto anche troppo per la patria e per Priamo: se Troia avesse potuto difendersi con mani mortali sarebbe bastata la mia. Ilio ti affida i suoi sacri Penati: prendili, che accompagnino la tua sorte futura, cerca per loro le mura che erigerai superbe dopo tanti viaggi faticosi sul mare!" E colle proprie mani mi porse le sacre bende, il fuoco eterno, l'effigie della potente Vesta. Intanto la citt… Š dovunque sconvolta dalla tragedia e bench‚ la casa di mio padre sorga in luogo appartato e protetto dagli alberi pure il chiasso e le grida diventano sempre pi— chiari e s'avvicina lo strepito delle armi. Mi riscuoto dal sonno e salgo in cima al tetto, le orecchie tese. Come quando infuria la fiamma tra le biade sul soffio dei venti, o un vorticoso torrente gonfio d'acqua montana allaga i campi, abbatte i coltivati, distruggendo il lavoro dell'aratro, e trascina a precipizio alberi, rami rotti, covoni, sassi; ignaro il pastore trasalisce a sentire dall'alto di una rupe quel terribile rombo. Tutto allora compresi: l'inganno di Sinone e le insidie dei Greci. E gi… il grande palazzo di Deifobo crolla vinto dal fuoco, gi… brucia la vicinissima casa di Ucalegonte; la vampa dell'incendio fa risplendere il mare sigeo per largo tratto. Si levano grandi urla e un clangore di trombe. Fuori di me mi armo, senza sapere dove correre cos armato: ma il mio cuore Š smanioso di riunire una schiera di amici per combattere salendo verso la rocca. Mi trascinano l'ira e il furore, e ricordo che Š bello morire in guerra. In quel momento arriva Panto, gran sacerdote del santuario di Apollo, sfuggito ai dardi greci. Porta con le sue mani i sacri arredi, i vinti Numi e il suo nipotino; corre fuori di s‚ a casa mia. "Dov'Š il pi— grave pericolo - domando - figlio d'Otris? La rocca Š ancora nostra?" Mi risponde, gemendo: "Ô venuto l'estremo giorno, l'ora fatale di Troia, inevitabile. Fummo! Noi Teucri fummo, Pergamo fu, la grande gloria troiana fu!... Ora pi— nulla: Giove crudele ha dato tutto ad Argo. I Greci dominano sulla citt… incendiata; il superbo cavallo alto in mezzo alle mura vomita gente armata; vittorioso Sinone semina fuoco e insulti. Altri sono alle porte a migliaia e migliaia, quanti mai non ne vennero dalla grande Micene. Altri ancora sorvegliano in armi le strettoie dei vicoli: una siepe di ferro dalle punte lucenti sorge ovunque, mortale. Resistono appena le sentinelle alle porte, combattendo alla cieca." Spinto da tali parole e dal volere dei Numi mi getto tra le fiamme e l'armi ove mi chiamano la triste Erinni, il fremere della lotta e il clamore che sale fino alle stelle. Si unisce a noi Rifeo col fortissimo Epito, che riconosco al chiaro di luna; quindi ingrossano la pattuglia Diamante, Ipani e il giovane figlio di Migdone, Corebo. Costui era giunto a Troia proprio da pochi giorni; innamorato pazzo di Cassandra, voleva portare aiuto al futuro suocero ed ai Troiani: infelice, se avesse dato ascolto ai presagi dell'ispirata fidanzata!... Quando li vidi uniti e decisi a combattere dissi loro: "O guerrieri inutilmente eroici, se davvero volete seguire un uomo pronto a tutto, considerate la situazione: Š tragica. Tutti gli Dei sui quali si fondava l'impero frigio ci hanno lasciato, abbandonando i templi e gli altari; ora voi accorrete in aiuto di una citt… incendiata. Su, moriamo, scagliamoci nel pieno della mischia! C'Š una sola salvezza pei vinti, non sperare in alcuna salvezza." Cos aumentai la rabbia di quei cuori roventi. Come lupi rapaci che una tremenda fame ha spinto fuori alla cieca nella nebbia (e nel covo li aspettano i lupicini abbandonati, secche le fauci), ce ne andiamo attraverso le frecce, attraverso i nemici verso morte sicura passando proprio in mezzo alla citt…. La notte oscura ci circonda con la cava sua ombra. Chi potrebbe narrare con parole la strage di quella notte; e le morti? Chi potrebbe trovare tutte le lagrime, quante ne occorrerebbero ai nostri dolori? La citt… antica che aveva regnato per tanti anni rovina; qua e l… giacciono senza vita corpi infiniti, lungo le strade, nelle case, sulla soglia dei templi. Ma non sono soltanto i Troiani a pagare col sangue le loro colpe; talvolta anche nel cuore dei vinti torna il coraggio, e i Greci vittoriosi cadono. Ovunque il lutto pi— atroce, dovunque terrore e innumerevoli spettacoli di morte. Si presenta per primo Androgeo, accompagnato da molti Greci; ignaro ci prende per amici e parla cordialmente: "Presto, presto o guerrieri! Perch‚ indugiate tanto? Gli altri mettono a sacco Troia incendiata e voi solo adesso venite dalle navi superbe?" Subito (la risposta datagli non bast• a rassicurarlo) comprese d'essere capitato fra i nemici. Atterrito tacque e cerc• di ritrarre i passi. Come chi, camminando in campagna, inaspettatamente mette il piede su un serpe nascosto tra gli spini e fugge in fretta, tremando, dalla bestia schifosa che si drizza infuriata gonfiando il collo azzurro: cos Androgeo scappava spaventato. Corriamo all'assalto accerchiando con una siepe d'armi i Greci, svantaggiati dal terrore e dal fatto di non conoscere il luogo. Li abbattiamo qua e l…: la fortuna Š propizia a questa prima impresa. Allora Corebo, che il successo ha esaltato e incoraggiato, dice: "Compagni, la sorte ci si dimostra amica e ci addita la strada della salvezza: seguiamola! Cambiamo scudi, adottiamo insegne argive. Inganno o valore? Che importa, contro il nemico tutto Š buono! Loro stessi ci daranno le armi." Subito mette l'elmo chiomato di Androgeo, ne imbraccia il bello scudo e s'appende una spada greca al fianco. Lo stesso fanno Rifeo e Diamante; poi tutti gli altri giovani s'armano lietamente delle spoglie nemiche. Andiamo avanti, confusi coi Greci, senza un Dio che ci assista. Attacchiamo, combattiamo pi— volte entro la notte buia, spediamo molti Danai all'Orco. Altri fuggono verso le navi e corrono alla spiaggia sicura, altri, in preda a un terrore vergognoso, s'arrampicano di nuovo sul cavallo immenso e si nascondono nel fondo del suo ventre. Ma se gli Dei sono avversi ogni speranza Š vana. Vediamo in quel momento la vergine Cassandra, figlia di Priamo, tratta a forza via dal tempio di Minerva, le chiome sciolte, gli occhi fiammanti levati invano al cielo: gli occhi poich‚ le mani tenere erano strette da ceppi. L'infuriato Corebo non sopporta quella vista e, deciso a morire, si scaglia tra i nemici. Noi tutti lo seguiamo in falange serrata, fitta d'armi. E qui siamo sommersi dalle frecce che i nostri ci scagliano addosso dall'alto del tempio ingannati dalle armi e dai cimieri argivi: ne deriva una strage orribile. Poi i Greci, commossi e addolorati di vedersi sfuggire Cassandra, si raccolgono da ogni parte e ci assalgono; c'Š il terribile Ajace, l'esercito dei Dolopi ed entrambi gli Atridi. Cos scoppia talvolta l'uragano ed i venti contrari si fronteggiano e cozzano tra loro, Zefiro, Noro ed Euro lieto dei bei cavalli orientali: le selve stridono e lo schiumoso Nereo col suo tridente s'accanisce a sconvolgere i mari sino al fondo. Perfino quelli che prima costringemmo a fuggire coi nostri inganni attraverso la tenebra della notte nerissima e cacciammo per tutta la citt… riappaiono: riconoscono insegne mentite e false armi e notano l'accento straniero della nostra pronuncia. Presto siamo schiacciati dal numero; Corebo Š il primo a cadere per mano di Peneleo sull'altare di Minerva guerriera; poi cade Rifeo, di gran lunga il pi— giusto fra i Teucri (gli Dei pensavano altrimenti, forse). Muoiono Ipani e Dimante, trafitti dagli stessi Troiani, e cadevi anche tu Panto: n‚ la tua fede, la tua piet…, la benda sacra ad Apollo t'hanno protetto. Ceneri iliache, fuoco distruggitore dei miei, testimoniate che nel tramonto di Troia non ho evitato i pericoli, non ho evitato le frecce e sarei morto l, se il destino l'avesse voluto, sotto la furia dei Greci, con pieno merito! Ci stacchiamo di l…, Ifito, Pelia ed io: il primo appesantito dall'et…, Pelia lento per un colpo partito dalla mano d'Ulisse. Il gran chiasso ci chiama alle case di Priamo. Vi infuria una guerra spietata, come se nell'intera Troia non si lottasse, non morisse nessuno nel resto della citt…. Che battaglia tremenda! I Greci impetuosamente si scagliano sul palazzo e assediano la porta formando la testuggine coi loro scudi. Scale sono appoggiate ai muri e i guerrieri, davanti alla porta, ostinati salgono e salgono, alti gli scudi nella sinistra a riparo dai dardi, la destra che gi… afferra il cornicione. I Dardani, di sopra, fanno a pezzi il tetto, demoliscono le torri (si preparano, vedendo la rovina imminente, a difendersi con ogni arma, alle soglie della morte) e trascinano, per farle cadere sui nemici, le travi dorate, gloria dei padri; altri le spade in pugno, presidiano le porte da basso, in fitta schiera. L'idea di portare aiuto alle case del re, incoraggiare i guerrieri e confortare i vinti ci infiamma. C'era una porta segreta con un andito che univa i vari edifici della reggia: di l la sventurata Andromaca era solita spesso passare sola, quando il regno era ancora in piedi, per andare dai suoceri e portare Astianatte al nonno. Salgo di l… sino in cima al terrazzo pi— alto, presidiato dai Teucri che scagliavano inutili proiettili. Qui sorgeva una torre a piombo, altissima, donde si poteva vedere tutta Troia, le navi ed il campo dei Greci: infuriando a gran colpi di spada sui suoi punti meno saldi, le nude travi di connessura, la svelliamo dalle alte fondamenta e spingendo riusciamo a farla cadere. La torre d'improvviso precipita, rovinando con enorme fragore sulle schiere dei Danai. Ma ne arrivano sempre dei nuovi, e l'uragano di sassi e di proiettili d'ogni sorta non cessa... Proprio davanti al vestibolo, sulla soglia, trionfa Pirro lucente d'armi di bronzo scintillante. Cos torna alla luce, pasciutosi d'erbe velenose, il columbro che le brume invernali costrinsero a nascondersi in una tiepida tana sottoterra: splendente di giovent—, tutto nuovo, perduta la vecchia pelle, contorce il dorso viscido, alto nel sole, il petto eretto, dardeggiando la lingua triforcuta. Insieme a Pirro assaltano il palazzo l'immenso Perifante, il violento Automedonte auriga dei cavalli d'Achille, tutti i giovani sciri, e scagliano sul tetto torce accese. Tra i primi infuria Pirro. Afferrata una bipenne, sfascia i duri stipiti e strappa dai cardini la porta rivestita di bronzo: ha spezzato una trave, sfondato il forte legno, praticato una breccia immensa. Ecco, gi… appaiono l'interno della casa, i lunghi corridoi, l'intimit… di Priamo e degli antichi re: si vedono gli armati a guardia dell'ingresso. Il palazzo Š sconvolto dai pianti e da un tumulto disperato, le stanze pi— segrete risuonano di gemiti femminili: un clamore che sale sino alle stelle d'oro. Le madri spaventate corrono fuori di s‚ per tutta la grande casa e abbracciano gli stipiti, imprimendovi baci. Pirro attacca con furia degna del padre Achille. Sbarre e guardie non riescono a opporglisi: la porta tentenna ai colpi frequenti dell'ariete, i battenti precipitano, divelti dai cardini. Gli Argivi si fanno strada di forza, irrompono all'interno violando l'entrata e trucidando i primi difensori, riempiono la casa di soldati. Un fiume spumeggiante che ha rotto argini e dighe col suo gorgo furioso, e allaga i seminati e trascina sull'onda altissima gli armenti con tutte le loro stalle, Š meno spaventoso, meno terribile. Io stesso ho visto Pirro ebbro della gioia d'uccidere, ho visto sulla soglia i due fratelli Atridi, ho visto Ecuba insieme alle sue cento nuore e, tra gli altari, Priamo insozzare di sangue il fuoco consacrato da lui medesimo. Quelle cinquanta alcove, promessa di tanti nipoti, le porte superbe d'oro barbarico e di trofei crollarono: i Greci son dovunque, il fuoco occupa i luoghi liberi di nemici. Vorresti forse sapere quale sia stata la sorte di Priamo? Quando vede la sua citt… ormai persa cadere, quando vede le porte del palazzo divelte ed il nemico irrompere nell'interno della sua casa, il vecchio veste le spalle tremanti per l'et… con le armi da troppo tempo deposte; cinge un'inutile spada per morire tra i Greci. Al centro del palazzo, in cortile, all'aperto sotto il cielo, sorgeva un grande altare e accanto un antichissimo alloro che dava ombra ai Penati. Qui sedevano in gruppo attorno all'altare abbracciando le immagini divine, la regina Ecuba con le figlie: sembravano colombe fuggite a precipizio dalla nera tempesta. Ed Ecuba, visto Priamo vestito di quelle armi adatte a un giovane, disse: "Infelice marito, quale follia ti ha indotto ad impugnare spada e lancia? Dove corri? Questa tragica ora non ha bisogno d'armi come le tue, del braccio d'un vecchio. Ettore stesso (se il mio Ettore fosse vivo e presente) nulla potrebbe. Vieni, allora, l'ombra di questo altare protegger… te e tutti, o tutti moriremo!" Cos dicendo trasse a s‚ Priamo e gli fece posto presso l'altare. In quel momento Polite, uno dei loro figli, sfuggito alla strage di Pirro corre attraverso i dardi, attraverso i nemici, ferito, per i lunghi portici e gli atrii vuoti. Ardendo d'ira, Pirro lo insegue per colpirlo e quasi lo raggiunge, lo incalza colla lancia. Infine, proprio davanti agli occhi dei genitori, Polite stramazz• in un lago di sangue, esalando l'estremo respiro. Priamo, bench‚ fosse gi… sotto l'ala della morte, non seppe frenare l'emozione e la collera: "O tu - esclama - che hai osato un simile delitto! Se in cielo ancora esistono la piet… e la giustizia, gli Dei ti puniscano per avermi costretto a vedere la morte di mio figlio: tremendo, sacrilego spettacolo per gli occhi d'un padre. Achille, quell'Achille dal quale a torto ti dici nato, non fu crudele come te verso Priamo; ma rispett• i diritti di chi prega, mi rese il cadavere di Ettore perch‚ fosse sepolto, rimandandomi a Troia." Cos dicendo il vecchio lanci• un giavellotto senza forza, che il bronzo dello scudo di Pirro rintuzz• con un suono rauco. L'inutile asta pendette dall'umbone appena scalfito. E Pirro: "Allora va' tu stesso da mio padre a protestare. Ricordati di parlargli di me, dei miei misfatti, di Pirro degenere: e ora muori!" Lo trascin• all'altare che tremava, malfermo sul viscido sangue del figlio, con la sinistra lo prese per i lunghi capelli e sguainata la spada lucente gliela immerse nel fianco, sino all'elsa. Tale la fine di Priamo. Il Fato port• via di mala morte - mentre vedeva Troia in fiamme, Pergamo una rovina - l'uomo un tempo superbo dominatore di tanti popoli e tanti paesi dell'Asia. Un tronco immenso che giace ora sul lido, una testa mozzata, un corpo senza nome. Qui per la prima volta fui preso da un terrore folle, che mi agghiacci•. Quando vidi quel vecchio, coetaneo di Anchise, esalare la vita sotto il ferro crudele, mi venne in mente il volto di mio padre: e poi Creusa sola, la casa forse distrutta e la sorte del piccolo Julo. Mi volgo indietro a guardare quanti ancora mi seguano. Nessuno. Tutti m'hanno abbandonato, stanchi di combattere: chi s'Š lanciato nel vuoto con un salto terribile, chi Š arso tra le fiamme. Ero rimasto solo ormai; ma sulla soglia del tempio di Vesta, appiattata in silenzio in quel luogo segreto, vedo Elena, la figlia di Tindaro: la luce dei roghi rischiarava i miei passi, dovunque io guardassi. Paurosa dei Troiani che la odiano per la caduta di Pergamo, temendo la vendetta dei Greci e la collera dello sposo tradito, Erinni di Troia e insieme della sua patria, Elena s'era nascosta, non vista, sull'altare. Un fuoco m'avvamp• nell'anima. La collera mi spinse a vendicare la patria che va in rovina con la morte di quella scellerata. "Costei - pensai - si salver…, ritorner… regina e rivedr… in trionfo Sparta e la patria Micene! Vedr… il marito, casa, padre e figli, signora di una turba di schiave e di schiavi troiani. E Priamo sar… morto di spada, Ilio bruciata, il lido dardanio si sar… tante volte coperto di sangue! No, non sar… cos. Bench‚ non ci sia onore nel punire una donna, bench‚ vittorie simili non portino la gloria, molti mi loderanno per avere distrutto un tale mostro: almeno avr• saziato l'anima col fuoco della vendetta ed avr• accontentato le ceneri dei miei." Cos dicevo, stravolto dall'ira, quand'ecco la santa mia madre, splendida come non l'avevo mai vista, presentarsi ai miei occhi, fulgente nella notte di una luce purissima. Si rivel• vera Dea, grande come la vedono di solito solo i Celesti; mi trattenne, afferrandomi, e con la bocca rosata mi disse: "Che dolore eccita la tua collera indomita? Perch‚ t'infurii, e non hai cura n‚ di me n‚ dei tuoi? Corri prima a vedere il padre Anchise stanco per la vecchiaia, Creusa tua moglie e il piccolo Ascanio, se sono ancora vivi! Intorno a loro i Greci s'aggirano da ogni parte; senza la mia protezione le fiamme li avrebbero gi… raggiunti e la spada nemica li avrebbe gi… trafitti. Non fu l'odioso volto della Spartana, n‚ Paride maledetto a distruggere la potenza troiana, gettandola gi— dal culmine della sua altezza, ma fu l'ostilit… degli Dei. S, degli Dei. Tu guarda (sgombrer• quelle nubi che t'offuscano i poveri occhi d'uomo e che intorno s'addensano, umidicce: non temere i consigli di tua madre e obbedisci ai suoi ordini): qui, dove vedi macerie di case e sassi sconvolti, dove vedi fluttuare una nube di polvere e fumo, Poseidone col suo tridente rimuove i muri e le fondamenta, distrugge la citt… completamente. Qui la feroce Giunone ha occupato per prima le porte Scee e furiosa, armata di tutto punto chiama l'esercito amico dalle navi... Pi— in l… (guarda indietro) Minerva, splendente in un nembo di luce terribile ed armata con l'Egida medusea, s'Š innalzata in cima alla rocca. Lo stesso Giove incoraggia i Greci, e li asseconda, spingendo gli Dei contro le armi troiane. Figlio, prendi la fuga, desisti dai tuoi sforzi! Ti sar• sempre accanto, ti condurr• senza rischio alla casa paterna." Cos detto, scomparve tra le ombre fittissime della notte. In un lampo m'appaiono le figure terribili degli Dei nemici di Troia... Oh, allora tutta Troia mi sembr• sprofondare tra le fiamme e crollare! Come quando sui monti i contadini a gara si sforzano d'abbattere un orno antico infierendo sul suo tronco con molte scuri: l'immensa chioma tremolante minaccia di cadere ed oscilla ai colpi, finch‚ vinto dalle ferite l'albero a poco a poco geme per l'ultima volta e strappato dal suo pendio rovina. Discendo per le strade sconvolte e con l'aiuto celeste riesco a passare tra il fuoco e tra i nemici; le frecce mi rispettano, le fiamme si ritirano. Ma quando giungo alla soglia dell'antica dimora familiare, mio padre, che volevo portare per primo in salvo sui monti, rifiuta di vivere ancora dopo la fine di Troia e soffrire l'esilio. "Voi - mi dice - che avete il sangue giovane e sano, voi che siete nel pieno delle forze, fuggite... Se gli abitanti del cielo avessero voluto prolungarmi la vita, avrebbero salvato la patria. Mi Š bastato aver visto una volta la mia citt… distrutta, la rovina, le stragi. Lasciate che il mio corpo qui riposi, cos: salutatelo e andate! Trover• presto morte per mano del nemico, che avr… piet… di me e vorr… le mie spoglie. Rinunziare al sepolcro non m'Š difficile. Andate! Da troppi anni prolungo quest'inutile vita, inabile, inviso ai Celesti: da quando Giove padre dei Numi e re degli uomini soffi• su di me il suo fulmine e mi tocc• col fuoco." Cos diceva, ben fermo nel suo triste proposito. Invano ci sciogliamo in lacrime, io, Creusa, Ascanio, tutta la casa, perch‚ Anchise desista da questa volont… di distruggersi (s‚ ed ogni cosa), aggravando la sorte che ci minaccia. Egli rifiuta di muoversi. Allora un'altra volta mi preparo a gettarmi nella mischia, volendo morire. Che cos'altro mi restava da fare? Che sorte mi si offriva? "Padre, speravi davvero che io potessi fuggire senza di te? Parole cos tremende uscirono dalla tua bocca? Se i Numi vogliono che non resti pi— nulla d'una citt… cos grande, se proprio l'han deciso, e se tu desideri che tutti moriamo, insieme a te, la porta della morte Š spalancata: gi… sta per venire Pirro coperto del sangue di Priamo, Pirro che uccide il figlio davanti al padre e il padre davanti al sacro altare. O madre venerata, per questo mi hai salvato attraverso le frecce, attraverso le fiamme? Perch‚ veda il nemico entrarmi in casa, Ascanio, mio padre (e Creusa accanto) morti l'uno nel sangue dell'altro? Armi, o guerrieri, portatemi delle armi! Questo Š l'ultimo giorno per i vinti, e ci chiama. Ritorniamo tra i Greci, lasciatemi combattere di nuovo! Moriremo tutti, dal primo all'ultimo, ma non invendicati." Allora mi copro nuovamente di ferro, adatto al braccio lo scudo ed esco dal palazzo. Ma proprio sulla porta mia moglie mi si getta ai piedi, e me li abbraccia tendendomi Julo: "Se corri a morire porta con te anche noi, ovunque: se invece per tua esperienza riponi ancora fiducia nelle armi che hai preso, anzitutto difendi questa casa. A chi lasci il piccolo Iulo, tuo padre e me, che pure una volta chiamavi la tua cara consorte?" Creusa riempiva la casa di gemiti. Quand'ecco nascere all'improvviso un prodigio incredibile. Mentre piangendo baciamo e accarezziamo Iulo, una lingua leggera di fuoco parve accendersi in cima alla sua testa: una fiamma impalpabile e innocua, che lambiva i morbidi capelli del bimbo e gli guizzava tutt'intorno alle tempie. Atterriti, tremanti di paura, scuotiamo quei capelli infuocati, cercando di spegnere la fiamma sacra con l'acqua. Ma Anchise sollev• gli occhi alle stelle, con gioia, e tese al cielo le mani dicendo: "Giove, tu che puoi tutto, se accetti di lasciarti commuovere dalle preghiere umane, getta uno sguardo su noi! Solo questo ti chiedo. E se la nostra piet… lo merita, da' un segno, padre santo, e conferma questo lieto presagio!" Aveva appena parlato che subito da sinistra rull• il tuono e una stella caduta dal firmamento corse attraverso la notte tracciando una scia luminosa. La vediamo sfiorare il tetto di casa nostra scintillando e nascondersi - come per indicare la strada - nelle selve dell'Ida: il suo percorso rimane illuminato a lungo e tutt'intorno si diffonde un vapore penetrante di zolfo. Vinto da questo miracolo mio padre si leva e parla ai Celesti, adorando la sacra stella. "Non pi—, non pi— indugi - ci dice: - vi seguir•, dovunque mi portiate. Dei patrii, salvate la mia gente, salvate mio nipote! Riconosco l'augurio che mi fate e comprendo che ancora proteggete Troia. Pi— non rifiuto di accompagnarti, o figlio!" Gi… si sente man mano pi— netto il crepito del fuoco che brucia per tutte le mura: le fiamme s'avvicinano. "Caro padre, su, adattati sulle mie spalle gi… pronte a sorreggerti: il peso non mi imbarazzer…. Dove andremo il pericolo sar… comune e comune sar… la salvezza. Iulo che Š piccolo mi accompagni, Creusa mi venga dietro di lontano. Voi, servi, state a sentire: appena fuori citt… c'Š un colle con un vecchio santuario di Cerere, abbandonato, gli s'innalza vicino un antico cipresso, venerato per anni, sacro ai nostri antenati: riuniamoci tutti l andandovi ognuno per una strada diversa. Tu, padre, prendi in mano i sacri arredi e i Penati della patria: sarebbe un sacrilegio se io li toccassi - cos lordo di strage, uscito appena dalla battaglia - senza essermi lavato in una viva corrente..." Ci• detto, disteso sulle spalle un mantello e una fulva pelliccia di leone, mi chino a ricevere il peso del padre. Alla mia destra s'attacca con la manina il piccolo Iulo, seguendo coi suoi piccoli passi quello lungo del babbo. Dietro viene mia moglie. Prendiamo per le strade pi— buie, ed io che prima non temevo n‚ i dardi scagliatimi da ogni parte n‚ i battaglioni greci, ora tremo per ogni venticello, per ogni suono, attonito e ansioso per mio figlio e mio padre. M'appressavo alle porte e gi… mi sembrava d'aver superato tutti i rischi della via quando un fitto rumore di passi all'improvviso (mi parve) s'avvicin•; e mio padre guardando nell'ombra disse: "Fuggi, o figlio, sono qui! Vedo gli scudi fiammanti e le armi che scintillano." Allora non so che divinit… nemica mi sconvolse la mente confusa. Di gran corsa vado per vie traverse, appartate, lasciando tutte le strade pi— note. E qui, me infelice, il destino mi porta via la moglie! Forse Creusa ha sbagliato cammino, oppure stanca s'Š fermata a sedere? Lo ignoro; ma da allora non l'ho vista mai pi—. Non mi girai a guardare se si fosse perduta n‚ pensai mai a lei prima d'essere giunto alla collina di Cerere, al vecchio santuario. Qui, riunitisi tutti, una sola manc• desolando i compagni, il figlio ed il marito. Chi, degli Dei e degli uomini, non accusai, demente di dolore? Che cosa mi sembr• d'aver visto nella citt… distrutta che superasse questa perdita? Affido Ascanio, il padre Anchise e i Penati di Troia ai miei compagni, che conduco a nascondersi in una valle profonda. Poi ritorno in citt… cinto delle splendide armi. Sono deciso a ricominciare daccapo, a traversare Troia quant'Š larga ed espormi di nuovo al pericolo. Rieccomi alle mura e alla porta deserta ed oscura di dove ero uscito: cammino sui miei passi, a ritroso nell'ombra, osservando attentamente i luoghi gi… percorsi. Dovunque mi si riempie l'anima d'orrore: lo stesso silenzio - l'assenza di segni di vita - mi sgomenta. Alla fine arrivo a casa mia, a volte, per un caso, Creusa vi fosse tornata. V'erano entrati i Greci occupando l'intero palazzo. Ormai il fuoco divoratore Š spinto dal vento sino al tetto, le fiamme balzano altissime, divampando nel cielo. Procedendo rivedo le case e la rocca di Priamo. Proprio qui, sotto i portici solitari del tempio di Giunone, Fenice e il crudele Ulisse - delegati a tal compito - montavano la guardia al bottino. I tesori di Troia, rapinati dalle case incendiate di tutta la citt… formano un mucchio altissimo: mense sacre agli Dei, coppe d'oro massiccio e vestiario predato. Tutto all'intorno, in lunga fila, stanno fanciulli e donne spaventate... Osai perfino gettare delle grida nell'ombra, riempiendone le vie: afflitto, ripetendo invano il nome di Creusa, la chiamai ancora e ancora. E mentre la cercavo e m'aggiravo furioso senza fine per tutte le case della citt…, m'appar la sua immagine infelice - l'immenso suo fantasma - pi— alta e maestosa di come non l'avessi mai vista. Ne sbigottii: i capelli mi si drizzarono in testa, la voce mi mor in gola. "Perch‚ ti lasci andare ciecamente al dolore, caro marito? - mi disse Creusa calmando un poco i miei affanni. - Ci• che accade l'ha deciso la ferma volont… dei Celesti: il destino e il re dell'altissimo Olimpo non vogliono che tu porti Creusa con te. Dovrai affrontare un lunghissimo esilio, dovrai solcare largo spazio di mare, e infine arriverai al paese d'Esperia dove il Tevere lidio tranquillamente scorre con un lene sussurro tra i campi fecondi degli uomini. E l… t'aspettano le ricchezze del regno d'Italia e una moglie di sangue reale: non piangere per la tua cara Creusa. Io non vedr• le case superbe dei Mirmidoni o dei Dolopi n‚ andr• a servire in Grecia, io che discendo da Dardano e sono nuora di Venere; la gran madre divina Cibele mi trattiene nei suoi luoghi, in eterno. E dunque ormai addio, ricordati di me nell'amore di Iulo." Mi lasci• in pianto mentre volevo ancora parlarle, spar nell'aria sottile. Tre volte cercai invano d'abbracciarla e tre volte l'immagine mi sfugg, simile ai venti leggeri, simile al sogno alato. Soltanto allora, finita la notte, rividi i compagni. Con molta meraviglia trovo che s'Š riunita gente nuova, in gran numero, uomini, donne, giovani, una misera turba decisa a affrontare l'esilio. Venuta da ogni parte per seguirmi dovunque voglia condurli, oltremare. E gi… nasceva Lucifero sugli alti gioghi dell'Ida, portando il giorno. I Greci tenevano tutte le porte ben custodite: non c'era speranza di riscossa. Perci•, costretto a cedere, presi mio padre in spalla e mi diressi ai monti.   LIBRO TERZO     Poi che piacque ai Celesti distruggere immeritamente l'impero dell'Asia e la gente di Priamo, dopo che cadde Ilio la superba, e il terreno fum• tutto coperto delle arse rovine di Troia, spinti da auguri divini decidiamo di andare in cerca di terre deserte e di un remoto esilio; sotto l'antica Antandro, proprio ai piedi dell'Ida, costruiamo una flotta, raduniamo i compagni senza sapere dove ci porteranno i Fati, dove potremo fermarci. Incominciava appena la primavera quando mio padre Anchise ordin• di spiegare le vele al destino. Piangendo abbandono le spiagge, i porti della patria, i campi dove una volta sorgeva Troia. Corro per l'alto mare, esule, con i compagni, il figlio, i grandi Dei e le immagini dei piccoli Penati. C'Š in distanza un paese di grandi pianure sacro a Marte, abitato dai Traci, dominato un tempo dal feroce Licurgo. Quel paese finch‚ la Fortuna fu amica era legato a Troia da antica ospitalit… e da sacra alleanza. Qui dunque vado a sbarcare; sul lido ricurvo spinto da avverso destino edifico le prime mura d'una citt… che chiamo Eneade, dal mio nome. Offrivo un sacrificio agli Dei protettori dell'opera intrapresa ed a mia madre, Venere, immolando uno splendido toro al re dei Celesti sull'alto lido. C'era per caso, l vicino, un monticello coperto in cima di cornioli e di una macchia fitta di piantine di mirto. Mi avvicinai ad esso pensando di strapparne qualcuna dalla terra e coprire gli altari coi loro rami frondosi: ma mi colp un tremendo miracolo, incredibile a dirsi. Appena sradico dal suolo la prima pianta ne goccia un sangue nero, macchia le zolle. Un freddo orrore mi scuote le membra, per la paura il mio sangue si rapprende, gelato. E mi accanisco di nuovo a svellere un altro flessibile stelo, cercando le cause nascoste di quell'orribile sangue; e di nuovo le goccie colano e colano nere dalla rotta corteccia. Pensando a tante cose supplicavo le Ninfe agresti e il padre Marte, protettore dei campi getici, perch‚ il prodigio non fosse infausto, non fosse annunzio di sventure. Ma mentre assalgo un terzo virgulto, con sforzo maggiore, e lotto in ginocchio contro la sabbia tenace, odo dal monticello un gemito lagrimoso, una voce che dice: "Perch‚ mi strazi, Enea? Piet… di chi Š sepolto; non macchiarti le mani pietose. Non sono straniero, ma Troiano, e il sangue che vedi colare non esce dal legno. Ah! fuggi questa terra crudele, quest'avido lido! Io sono Polidoro: una ferrea messe di dardi qui m'ha trafitto e Š cresciuta con tenaci radici e sottili polloni." Preso da un dubbio pauroso stupii, mi si rizzarono in testa tutti i capelli, mi si strozz• la voce. Il povero Priamo, un tempo, non sperando ormai pi— nella vittoria troiana e vedendo le mura assediate dai Greci, aveva mandato suo figlio Polidoro con molta quantit… di danaro al re di Tracia, perch‚ fosse allevato in pace. Appena la potenza dei Teucri fu schiantata, appena la Fortuna li abbandon•, costui si schier• con le armi vittoriose, seguendo la parte di Agamennone: disprezz• ogni giustizia, uccise Polidoro, s'impadron dell'oro con la forza. A che cosa non spingi i cuori umani febbre dell'oro, maledetta! Appena mi riebbi dallo spavento narrai quel prodigio divino a mio padre, anzitutto, e agli altri capitani chiedendone il parere. La volont… di tutti fu che si andasse via da quella terra infame e spergiura, si dessero le vele al vento. Allora facciamo il funerale a Polidoro. Eleviamo un grande monte di terra per tomba: tristi altari adorni di nero cipresso e di scuri drappeggi sorgono per i Mani, ed intorno agli altari stanno le donne d'Ilio con le chiome disciolte, come si usa. Versiamo tazze spumanti di latte e coppe di sangue, chiudiamo l'anima nel sepolcro, per l'ultima volta a gran voce le diamo l'addio supremo. Appena il mare sembra rassicurante, appena si calmano i venti lasciando le onde tranquille e mormorando un mite Austro ci chiama al largo, i compagni tirano in acqua le navi riempiendo il lido. Usciamo dal porto, citt… e terre s'allontanano. C'Š in mezzo al mare un paese santo, gradito su tutti all'Egeo Nettuno e alla madre delle Nereidi, un'isola che un tempo errava intorno alle spiagge ed ai lidi, finch‚ il pio Nume che porta l'arco la radic• tra Giaro e l'alta Micono, volle restasse immobile, non pi— in balia del vento, e fosse venerata. Arrivo qui: quest'isola tranquilla ci riceve stanchi in porto sicuro. Usciti dalle navi onoriamo la sacra citt… di Apollo. Anio, re di quel popolo e insieme sacerdote di Febo, ci viene incontro, cinto di sacro alloro e di bende, e riconosce Anchise, suo vecchio amico: da ospiti gli stringiamo la mano e entriamo in casa sua. Adoriamo il santuario del Dio, edificato con pietra antica: "O Timbreo, dacci una casa nostra; siamo stanchi! Deh, dacci delle mura: una stirpe e una citt… che duri! Salva la nuova Pergamo, reliquia troiana scampata all'ira dei Greci e del crudele Achille. Chi dobbiamo seguire? Dove dobbiamo andare a cercare una patria? Padre, dacci un augurio, discendi nell'anima nostra." Ed ecco: tutto sembr• tremare, le porte, l'alloro del Dio; il monte sembr• muoversi, scuotersi tutto, il tripode muggire nel tempio spalancato. Chinati a baciare la terra sentiamo una voce che dice: "Forti Troiani, la terra da cui traete origine, prima culla dei patri, vi vedr… ritornare nel suo seno materno, reduci. Su, cercate l'antica madre! Dove la casata di Enea, i figli dei suoi figli e i pi— tardi nipoti, domineranno uno spazio immenso di terra e di mare." Cos disse Febo; e una grande allegrezza se ne lev•, con molto tumulto: tutti chiedono quali siano le mura promesse, dove Febo chiami noialtri erranti e ci ordini di tornare. Allora mio padre volgendo nell'anima le memorie degli eroi d'una volta: "Ascoltate, compagni - dice - vi dir• dove s'appunta la vostra speranza. In mezzo al mare c'Š Creta, l'isola sacra di Giove, dove sorge il monte Ida: la primissima culla della nostra nazione. Ci vive molta gente: cento grandi citt…, fertilissimi regni. Di l, se bene ricordo ci• che spesso ho sentito, l'antico padre Teucro mosse verso le coste della Troade, scegliendole come propria dimora. Ilio e le rocche di Pergamo non erano sorte ancora; i Teucri risiedevano nelle pi— basse vallate. Da Creta venne la Madre divina del Cibele, i bronzi dei Coribanti e il bosco sacro dell'Ida, da Creta l'abitudine di celebrare in silenzio i sacri misteri, da Creta i leoni aggiogati che trascinano il carro della grande regina. Avanti allora, seguiamo gli ordini degli Dei, muoviamo dove ci guidano! Pacifichiamo i venti, andiamo ai regni di Cnosso. Non sono molto lontani: col favore di Giove la flotta approder… alla costa di Creta nell'alba del terzo giorno." Ci• detto immol• sugli altari le vittime di rito: un toro a Nettuno, un toro a Apollo, una pecora nera alla Tempesta e una bianca ai venti favorevoli. Si diffonde la voce che il re Idomeneo scacciato dal regno paterno si sia ritirato dall'isola, che le spiagge di Creta sian deserte, che le case sian vuote di nemici e le loro citt… abbandonate. Lasciamo il porto di Ortigia e volando sul mare passiamo rasente a Nasso, dai gioghi montani sonanti di grida in onore di Bacco, alla verde Donusa, a Olearo ed a Paro bianca come la neve, alle Cicladi sparse per l'acqua, agli stretti agitati fra terre frequenti. S'innalza a gara nell'aria il canto dei marinai: "Voghiamo verso Creta e verso i nostri antenati!" Un vento nato da poppa seconda la nostra corsa, finch‚ giungiamo alle spiagge antiche dei Cureti. In fretta subito qui costruisco le mura della citt… sognata, la chiamo Pergamea e esorto la mia gente, lieta di questo nome, ad amare i suoi nuovi focolari, ad alzare intorno alle nuove case una cinta murata. E gi… tutte le navi erano a secco sul lido, la giovent— s'occupava di matrimoni e dei nuovi campi da coltivare, io davo leggi e assegnavo le case ad ognuno: quando ad un tratto dall'aria corrotta piomb• su di noi, sui nostri corpi, sugli alberi e sui seminati una peste tremenda, distruggitrice, una stagione di morte. Gli uomini abbandonavano la dolce vita oppure trascinavano i corpi infermi; Sirio ardeva gli sterili campi; l'erba inaridiva; le messi malate negavano il cibo. Il padre Anchise ci esorta a andare di nuovo da Febo al santuario di Ortigia, a passare il mare coi remi per implorare grazia, per chiedere che termine ponga alle nostre fatiche, dove ordini di cercare rimedio ai nostri mali, di volgere il cammino. Era notte, sulla terra le cose animate dormivano: ed ecco che le sacre immagini degli Dei e i Penati di Frigia che avevo portato con me da Troia, in mezzo agli incendi della citt…, m'apparvero davanti agli occhi, mentre io giacevo nel sonno, chiaramente visibili al lume della luna che nel suo pieno fulgore filtrava dalla finestra. Allora con queste parole lenirono il mio affanno: "Quello che ti direbbe Apollo se ti recassi a Ortigia, te lo dice ora, spontaneamente, mandandoti noialtri. Noi, che abbiamo seguito te e le tue armi quando fu rovinata Troia, che sotto la tua guida, sulla flotta, percorso abbiamo il gonfio mare, leveremo alle stelle i tuoi futuri nipoti, daremo un impero alla loro citt…. Tu erigerai delle mura grandi per uomini grandi: ma non devi interrompere questa lunga fatica della tua fuga da Troia. Devi ancora partire: Apollo non t'ha suggerito queste rive, non t'ha ordinato di stare in quest'isola. Ascolta. C'Š un paese che i Greci chiamano Esperia, una terra antica, potente nelle armi e feconda; gli eroi Enotri la abitarono; adesso si dice che i loro discendenti l'abbian chiamata Italia dal nome del loro capo. Questa Š la nostra patria, di qui Š venuto il padre Iasio e Dardano, fonte di tutta la nostra stirpe. Alzati e riferisci queste parole sincere al vecchio padre: che cerchi le terre dell'Ausonia e C•rito antica, patria di Dardano. Giove ti proibisce di stare nei campi di Creta." Attonito per la visione e per le voci divine (poich‚ non era un sogno quello, ma m'era parso di vedermi davanti vivi e presenti i volti e le chiome velate degli Dei: un sudore gelato mi scorreva per tutta la persona) m'alzo dal letto e tendo verso il cielo le mani giunte, invocando i Numi, versando sull'altare purissimo vino. Compiuta la libagione, informo felice di quanto Š accaduto il padre Anchise, gli spiego per ordine ogni cosa. Ed egli riconobbe la nostra doppia origine e i due diversi antenati, Dardano e Teucro, e ammise d'esser caduto in errore. Poi ricord•: "O figlio, che i destini di Troia travagliano tanto, la sola Cassandra mi prediceva simili avvenimenti. Ora rammento, spesso diceva che un gran destino sarebbe toccato alla mia stirpe, e spesso nominava l'Esperia ed i regni d'Italia. Ma chi avrebbe pensato che i Teucri sarebbero andati alle spiagge d'Esperia? E allora chi avrebbe creduto a Cassandra? Seguiamo i consigli d'Apollo, cerchiamo migliore fortuna!" Dice cos: gridando d'entusiasmo obbediscono tutti alle sue parole. Abbandoniamo anche Creta lasciandovi pochi compagni, spieghiamo le vele e sulle navi incavate corriamo per l'ampio mare. Il mare era profondo, un'infinita distesa senza nessuna terra, soltanto cielo e mare, quando sopra al mio capo si form• un nembo azzurro, un nembo che oscur• il mare, scaten• tempesta, inverno e notte. All'improvviso i venti sconvolgono l'oceano, immensi cavalloni si levano, siamo dispersi, sbattuti dal gorgo qua e l…. I nembi coprirono il giorno, un'umida notte ci tolse la vista del cielo; migliaia di fulmini squarciarono le nubi. Vaghiamo fuori rotta per onde ignote, scurissime. Lo stesso Palinuro grida di non distinguere il giorno dalla notte e di non riconoscere la strada fra le onde. Cos erriamo sul mare tre giorni, alla ventura, senza vedere una stella la notte. Il quarto giorno finalmente ci parve di scorgere una terra levarsi alta sul mare, e scopriamo dei monti in lontananza e un fumo che si torce nell'aria. Calate in fretta le vele ci buttiamo sui remi; i marinai a tutta forza fendono l'acqua azzurra. Ad accoglierci, salvi dal mare, sono i lidi delle isole Strofadi: cos chiamate con nome greco. Sorgono in mezzo al grande Jonio, vi abitano la feroce Celeno e le altre Arpie, da quando dovettero lasciare la casa di Fineo, per paura, e le antiche loro mense. Non c'Š mostro pi— brutto di loro, nessun flagello divino pi— crudele di loro usc mai dallo Stige. Sono uccelli col viso di fanciulla, dal ventre scaricano in continuazione luridissime feci, hanno mani uncinate, faccia pallida sempre per la fame... Appena entrati nel porto, ecco, vediamo qua e l… nei campi begli armenti di bovi e un gregge di capre disperso nell'erba alta, senza nessun guardiano. Corriamo loro adosso col ferro, ed invochiamo gli Dei e lo stesso Giove, offrendo una parte di preda ai Celesti; imbandiamo le mense sul lido ricurvo e allegri banchettiamo con quella splendida carne. Ma all'improvviso calando con volo orrendo dai monti arrivano le Arpie, scuotono in aria le ali con enorme fracasso, portano via le vivande, insozzano ogni cosa col loro immondo contatto; poi fuggono, resta nell'aria la loro voce selvaggia in mezzo a nuvole grevi di odore nauseabondo. Per la seconda volta prepariamo le mense e riaccendiamo il fuoco sugli altari, scegliendo una gola profonda sotto una concava rupe, chiusa tutto all'intorno dagli alberi pi— ombrosi; e una seconda volta, da un'altra parte del cielo e da chiss… mai quali nascondigli, la turba schiamazzante, volando sulla preda, la strazia con gli unghioni, la infetta con la lurida bocca. Allora grido ai compagni di prendere le armi per ingaggiare battaglia con quella razza feroce. Cos fanno e nascondono nell'erba alta le spade e gli scudi. Ed appena le Arpie, piombando gi— fragorose dal cielo, fecero rimbombare tutto il lido ricurvo, il trombettiere Miseno, che stava di vedetta in un posto elevato, diede uno squillo di tromba. I compagni le assalgono e impegnano uno strano combattimento: ferire col ferro affilato quei brutti uccelli di mare. Ma le impenetrabili piume, le schiene invulnerabili respingono ogni offesa: salve le Arpie s'involano verso il cielo, lasciando la preda cincischiata e coprendo ogni cosa di ripugnanti escrementi. Solo Celeno, fermandosi su un'altissima rupe, funesta profetessa, ci grid•: "Discendenti dell'eroe Laomedonte, vi preparate forse - dopo averci ammazzato tanti bovi e giovenchi - a dichiararci guerra? E volete scacciare dal patrio regno le Arpie che nulla v'han fatto di male? Imprimetevi in cuore quanto vi dico: io la maggiore di tutte le Furie, vi rivelo ci• che l'Onnipotente predisse ad Apollo, ed Apollo predisse a me. Andate pure in Italia, in favore di vento ci arriverete, potrete attingere il porto; ma non cingerete di mura la citt… promessa prima che una feroce fame - giusto castigo per averci aggredito - non v'abbia costretto a rodere coi denti persino le mense." Poi levandosi al volo si rifugi• nel bosco. Ci si agghiacci• a tutti il sangue per lo sgomento: perdemmo ogni coraggio, e nessuno ormai pi— vuole far guerra alle Arpie, ma anzi le invochiamo con molti voti e preghiere, siano divinit… o solo uccelli schifosi, impetriamo pace da loro. Il padre Anchise supplica dal lido a mani giunte i grandi Numi, tra i riti sacrificali: "O Dei, rendete vane tali minacce, allontanate tanta sciagura e benigni salvate un popolo pio!" Quindi comanda di sciogliere la gomena dal lido e mollare le sartie. Noto, il vento del sud, tende le vele; si corre sulle onde spumeggianti dove il pilota e la brezza dirigono la rotta. Ecco che in mezzo al mare appare Zacinto boscosa, Dulichio, Same e Nerito dalle rocce scoscese. Fuggiamo gli scogli d'Itaca, reame di Laerte, maledicendo la terra materna del feroce Ulisse. Ben presto appaiono le cime nuvolose di Leucate ed il tempio di Apollo temuto dai marinai. Stanchi ci si dirige a quella meta, approdiamo a quella cittadina, dove gettiamo l'ancora dalle prue, allineando le poppe sulla spiaggia. Poich‚ si arriv• a terra finalmente, che quasi pi— non lo speravamo, in onore di Giove ci si purifica, bruciando incenso sugli altari e celebrando con giochi alla maniera troiana le rive d'Azio. Nudi ed unti tutti d'olio i compagni gareggiano come s'usava in patria, felici d'esser scampati a tante citt… argoliche, d'esser potuti fuggire in mezzo a tanti nemici. Intanto il sole percorre il grande cerchio dell'anno e l'inverno ghiacciato sconvolge le onde coi soffi di Tramontana. Io attacco alla porta del tempio lo scudo di concavo bronzo portato dal grande Abante e vi appongo una dedica che ricordi il mio dono: ENEA CONSACRA QUESTE ARMI DEI GRECI VINCITORI. Poi ordino di lasciare il porto e sedere sui banchi. Battono a gara i compagni il mare fendendo le onde. Presto persi di vista gli aerei castelli feaci e, rasentando le spiagge d'Epiro, entriamo in un porto caonio, per salire all'alta citt… di Butroto. Qui ci giunge alle orecchie una notizia incredibile: El‚no, figlio di Priamo, regna su citt… greche, impadronitosi insieme dello scettro di Pirro e della sua donna. Cos Andromaca Š ritornata ancora una volta a un uomo della sua stessa patria. Mi pietrific• lo stupore, arsi dal desiderio di parlare all'eroe e di sapere da lui cos grandi vicende. Mi allontano dal porto lasciando la flotta e la spiaggia. Proprio allora, per caso, Andromaca libava solennemente ad Ettore, al suo ricordo, e gli offriva tristi doni davanti alla citt…, in un bosco sacro, vicino all'acqua d'un finto Simoenta. Ella invocava i Mani sul tumulo vuoto che aveva consacrato al marito, verde di zolle erbose, con accanto due altari fonti di eterne lagrime. Fuori di s‚ mi vide arrivare, vestito di note armi troiane; ed allora, atterrita da un simile miracolo, s'irrigid, il calore svan dalle sue ossa; svenne e soltanto dopo molto tempo mi disse: "Sei vero, proprio vero? Ed Š proprio il tuo volto quello che vedo, o figlio di Dea? Sei proprio vivo? E se sei solo un'ombra, dimmi, Ettore dov'Š?" Singhiozz• disperata, gridando. Le rispondo a stento poche frasi, con voce che la pena mi strozza in gola: "Vivo una vita infelice tra le maggiori sventure. Non dubitare, Andromaca, quel che vedi Š reale. Ahi, ma che sorte Š la tua, vedova di un marito cos illustre? Od Š vero che ti sarebbe toccata una pi— degna fortuna? Andromaca di Ettore, sei sempre la donna di Pirro?" Abbass• gli occhi e parl• con voce sommessa: "O felice, lei sola pi— di tutte le altre, Polissena, la vergine figlia di Priamo, immolata presso a una tomba nemica sotto le mura di Troia! Felice lei che sola non fu tirata a sorte fra i vincitori, schiava, e non ebbe a calcare il letto d'un padrone! Dopo l'incendio di Pergamo io, trasportata per mari lontani, ho partorito in schiavit—, ho sopportato la sdegnosa superbia di Pirro, figlio di Achille. Pirro, volendo sposare la lacedemone Ermione, nipote di Leda, diede me schiava al suo schiavo El‚no. Ma Oreste infiammato d'amore per la perduta Ermione e spinto dalle Furie, lo colse di sorpresa agli altari paterni e lo scann•. Alla morte di Pirro El‚no ebbe in sorte una parte del regno: egli chiam• caonii questi campi e Caonia la regione, dal nome di Caone troiano, e costru sui colli un'altra Pergamo, un'altra rocca d'Ilio. Ma dimmi, quali destini e venti guidarono il tuo viaggio? Qual Dio ti spinse ignaro a questi nostri lidi? Che fa il piccolo Ascanio? Vive, respira? Quando nacque gi… Troia... E si duole talvolta della madre perduta? Il padre Enea e lo zio Ettore lo incoraggiano nell'antico valore e nei sensi virili?" Piangeva forte dicendo cos, e mandava invano gemiti lunghi, quando l'eroe El‚no, figlio di Priamo, con molti compagni avanza dalle mura e ci riconosce: lieto ci conduce in citt… versando molte lagrime tra una parola e l'altra. Vado avanti e rivedo una piccola Troia, un piccolo Pergamo che copia quello grande, un fiumicello asciutto battezzato Scamandro, e abbraccio il limitare di nuove porte Scee. Insieme a me i Troiani tutti quanti fruiscono dell'ospitalit… della citt… alleata. Il re li riceveva sotto spaziosi portici: nel mezzo del cortile, davanti a cibi fumanti in piatti d'oro, libavano con in mano le tazze. Passa un giorno ed un altro, l'aria chiama le vele e la tela si gonfia del vento che la colma: mi rivolgo al profeta El‚no con queste parole: "O Troiano, divino interprete, ispirato dal volere di Febo, che comprendi gli augurii dei tripodi e dei lauri di Claro, che sai leggere nelle stelle, conosci il canto degli uccelli e i presagi dettati dal loro volo veloce, ti prego, parla (poich‚ favorevoli oracoli m'han chiarito il cammino, e i Numi consigliato di andare in Italia cercando terre remote; solo l'arpia Celeno mi grid• un indicibile prodigio, rabbie funeste ed una oscena fame): quali pericoli devo evitare per primi e in che modo potr• superare tanti travagli?" Allora El‚no dopo avere anzitutto immolato dei buoi, secondo il costume, implora il favore celeste e scioglie le sacre bende dal suo capo: lui stesso mi conduce per mano alle tue soglie, o Febo, eccitato e tremante per la tua grande potenza. Poi il sacerdote canta dalla bocca profetica: "O figlio di una Dea (certamente tu corri per l'alto mare sotto magnifici presagi: cos il re degli Dei regola i Fati, e svolge le vicende, per ordine) ti spiegher• poche cose tra molte, perch‚ sicuro percorra i mari stranieri approdando alla fine in un porto d'Ausonia: le Parche mi proibiscono di saperne di pi— e la Saturnia Giunone mi vieta di parlarne. Anzitutto l'Italia, che tu credi vicina e di cui ignaro ti accingi a toccare i prossimi porti, Š separata da te da una strada lunghissima, difficile e pericolosa, da molte terre. Il tuo remo dovr… prima stancarsi nel mare di Trinacria, le navi tue correranno sulla distesa del mare dell'Ausonia, vedranno i laghi dell'Inferno e l'isola di Circe prima che sia possibile fondare una citt… su una terra sicura. Il segno sar… questo, tienilo bene a mente: quando tu preoccupato per le molte fatiche in riva a un fiume remoto scoprirai sotto un elce una candida scrofa stanca del parto, distesa per terra vicino all'acqua, enorme, con ben trenta candidi porcellini intorno alle mammelle, allora avrai trovato il luogo della citt…, e l sar… il riposo sicuro dei tuoi travagli. Non devi spaventarti di Celeno, del triste augurio delle mense: i Fati troveranno il modo di salvarti, Febo ti aiuter…. Tu fuggi queste terre, questa spiaggia vicina della costa italiana che il nostro mare bagna: tutte le sue citt… sono abitate da Greci. Vi hanno elevato mura i Locresi di N…rice, Idomeneo di Licto con le sue truppe ha occupato i campi salentini e Filottete, re di Melibea, ha cinto d'un muro la sua piccola Petelia. Quando al termine del tuo viaggio la flotta sar… arrivata oltre i mari e infine si fermer…, tu innalzerai altari sul lido, renderai grazie agli Dei, scioglierai il tuo voto solenne: ma non dimenticare di coprirti i capelli e il capo d'un manto purpureo, perch‚ qualche volto nemico non venga tra i fuochi a turbare i presagi. I tuoi compagni osservino sempre questo costume nei riti religiosi, osservalo tu stesso e, pi— tardi, i nipoti. Ma quando il vento t'avr… avvicinato alla costa della Sicilia, e la porta dello stretto Peloro s'aprir… innanzi a te, tu tieniti a sinistra e gira intorno all'isola, fuggi la terra e il mare di destra. Un tempo, dicono, quello stretto non c'era, i due paesi erano uno, senza l'interruzione causata da una forza immensa e da un'enorme rovina (cos il tempo pu• mutare le cose); il mare penetr• violentemente in terra, separ• con le onde i campi dell'Esperia da quelli siciliani, e scorre ribollendo come un fiume impetuoso tra le citt… e i coltivi divisi da due spiagge. Scilla sta sulla destra; l'implacata Cariddi sulla sinistra: tre volte dal suo profondo baratro inghiotte i vasti flutti nell'abisso, e di nuovo in alternanza li leva verso il cielo e percuote con le onde le stelle. Invece Scilla, nascosta in una cieca caverna, sporge la testa e trascina le navi contro gli scogli. La parte superiore del suo corpo ha un aspetto umano, fino all'inguine Š una bella fanciulla dal petto sodo; il resto Š un gran mostro marino con code di delfino e un ventre di lupo. Ô molto meglio per te costeggiare pian piano il capo di Pachino e fare un giro lungo piuttosto che vedere anche una sola volta l'informe Scilla sotto la sua vasta caverna e le rocce che suonano del guaito dei cani azzurri. E adesso ascolta. Se El‚no vede lontano, se Š vero che Š profeta, se Apollo mi riempie l'anima di verit… io ti prescriver•, o figlio di una Dea, soltanto questo, solo una cosa per tutte e la ripeter• sempre e sempre, ammonendoti: adora innanzitutto la potente Giunone, grande Dea, volentieri innalza voti a Giunone, vincendola con doni e suppliche; cos arriverai vittorioso, lasciata la Trinacria, ai confini d'Italia. Quando, giunto col…, sarai approdato a Cuma, ai laghi sacri, all'Averno risonante di boschi e del vento che scorre tra quei boschi, vedrai la Sibilla, invasata, che ai piedi d'una rupe predice i Fati e affida nomi e cifre alle foglie. Tutte le profezie scritte sopra le foglie la vergine le mette in ordine e le lascia chiuse nella caverna. Restano ferme, l, in bell'ordine. Ma quando un debole vento s'infiltra dalla porta spalancata, o il battente medesimo nell'aprirsi produce un po' di corrente, quelle tenere foglie si scompigliano, volano nell'aria ricadendo di qua e di l…. La Sibilla non si cura di prenderle mentre lievi svolazzano per tutta la caverna, non le rimette a posto come prima, per ordine: chi Š venuto a sentire il suo destino va via senza risposta, ed odia e maledice la sede della Sibilla cumana. Non temere di perdere un po' di tempo a Cuma, anche se i tuoi compagni protestano, e c'Š fretta di partire, di spingere le vele in alto mare, e i venti son favorevoli: corri dalla Sibilla, supplicala di dirti l'avvenire. E non scriva parole sulle foglie, ma ti parli lei stessa con la sua stessa voce. Vedrai: ti spiegher… i popoli d'Italia e le guerre a venire e in che modo tu possa evitare gli ostacoli o superarli. Ma tu devi pregarla, farle onore: ti dar… un viaggio felice. Queste sono le cose che alla mia voce Š permesso riferirti. Ora va', porta con le tue gesta la grande Troia in alto, levala sino al cielo." Dopo avermi parlato cos con voce amica, El‚no fa portare regali alle mie navi, oro ed avorio; ammucchia nelle mie stive argento in gran copia, lebeti di Dodona e mi d… una lorica intrecciata di tre catene d'oro ed un elmo bellissimo con un pennacchio ondeggiante, armi di Neottolemo. Anche mio padre riceve doni particolari. El‚no in pi— vi aggiunge dei cavalli, procura piloti che conoscano l'Adriatico bene, completa gli equipaggi, rifornisce di armi i miei buoni compagni. Anchise intanto ordinava di allestire la flotta e preparare le vele, per non perdere il vento favorevole. A lui l'interprete di Febo si rivolge con molto ossequio: "O Anchise, degno della superba Venere, protetto dagli Dei, per due volte strappato alla rovina di Troia: l'Ausonia Š l…, di fronte, raggiungila con le vele. Eppure Š necessario che la oltrepassi, vagando sul mare: quel cantuccio d'Italia che vi spetta, come ha promesso Apollo, Š ancora molto lontano. Tu naviga, felice dell'amor di tuo figlio! Naviga! Ma perch‚ m'attardo a chiacchierare mentre i venti si levano propizi? Navigate!" Allora Andromaca, triste per quell'estremo addio, porta al piccolo Ascanio i suoi doni, vestiti ricamati con fili d'oro, e un mantello frigio: "Prendi questi regali, o fanciullo, in ricordo delle mie mani, in memoria dell'amore di Andromaca moglie d'Ettore. Prendi gli ultimi doni dei tuoi o tu che tanto assomigli al mio Astianatte, che sembri davvero il suo ritratto! Aveva il tuo stesso viso, gli stessi occhi e le mani; aveva la stessa et…; se vivesse sarebbe come te, adolescente." Io partendo dicevo a loro tra le lagrime: "Vivete felici, o voi la cui sorte Š compiuta: mentre noi da un pericolo siamo chiamati a un altro. Avete alfine la pace, non dovete solcare nessuna distesa marina, non dovete cercare i campi dell'Ausonia che si allontanano sempre! Avete un nuovo Xanto ed una nuova Troia eretta da voi stessi, mi auguro con auspici migliori e meno esposta alle armi dei Greci. Se entrer• mai nel Tevere, nei campi ch'esso bagna, e vedr• la citt… promessa alla mia gente, faremo s che l'una e l'altra Troia, l'italica e l'epirota, congiunte da tanto tempo per sangue, discendenti da Dardano entrambe, passate entrambe attraverso le stesse vicende, siano una sola Troia nel pi— profondo del cuore: spetta ai nostri nipoti mantenere l'impegno." Avanziamo sul mare fin presso ai monti Cerauni di dove la via per l'Italia attraverso le onde Š pi— breve. Intanto il sole tramonta e le montagne si fanno oscure d'ombra. Dopo aver tirato a sorte chi dovesse restare di guardia accanto ai remi ci sdraiamo vicino all'acqua, in grembo alla terra desiderata, e qui e l… stesi sul lido asciutto ristoriamo le forze; il sonno cola nei nostri corpi stanchi. La Notte condotta dalle Ore non era ancora giunta a met… del suo corso, quando svelto il nocchiero Palinuro si leva dal giaciglio e interroga tutti i venti, ascoltando i rumori dell'aria; guarda tutte le stelle che corrono nel cielo silenzioso, Arturo, le Iadi piovose, le due Orse ed Orione dall'armatura d'oro. Quando vede che tutto Š calmo nel cielo sereno d… un chiaro segnale dalla poppa: leviamo presto l'accampamento e ci mettiamo in viaggio spiegando le vele. Gi… rosseggiava l'Aurora ponendo in fuga le stelle quando laggi— vediamo delle oscure colline e bassa bassa a fior d'acqua l'Italia. Acate per primo urla a gran voce: "Italia!"; "Italia!" gridano lieti in segno di saluto i compagni festanti. Allora il padre Anchise incoron• di fiori una grande coppa piena di vino puro e invoc• gli Dei stando diritto sul castello di poppa: "Dei potenti sul mare, la terra e le tempeste, dateci un viaggio facile in favore di vento e spirate propizi!" La brezza cresce, un porto gi… vicino s'allarga e il tempio di Minerva appare su un'altura. I naviganti girano le prore verso il lido e ammainano le vele. Il porto si curva in arco contro il mare d'oriente, due promotori schiumano sotto l'urto delle onde e il porto vi sta nascosto; gli scogli come torri proiettano due braccia che sembrano muraglie; il tempio Š lass— in alto, ben lontano dal mare. Ed ecco un primo augurio: nell'erba d'un prato vidi quattro cavalli bianchi come la neve intenti a pascolare. Allora il padre Anchise disse: "O terra ospitale, tu ci porti la guerra: Š per la guerra che s'armano i cavalli. Sebbene talvolta si lasciano aggiogare ai carri e sopportino il freno; speriamo nella pace!" Preghiamo allora la santa divinit… di Minerva dalle armi risonanti, che per prima ci accolse trionfanti; coprendo il capo con un velo frigio stiamo davanti al fuoco degli altari e, secondo il consiglio che El‚no ci aveva dato - il pi— importante -, facciamo sacrifici rituali a Giunone Saturnia, protettrice di Argo. Compiuto il rito in ordine, subito, senza indugiare si manovran le antenne delle vele e lasciamo quei campi pericolosi, sede di tanti Greci. Scorgiamo Taranto porto d'Ercole, se Š vera fama, dall'altra parte si leva il tempio di Lacinia, le rocche di Caulone e Squillace che rompe le navi. Di lontano vediamo alzarsi dall'acqua la siciliana Etna, sentiamo in lontananza il gemito immenso del mare che percuote gli scogli e si rompe sui lidi, i bassifondi s'agitano, la sabbia Š sconvolta dal fiotto della marea. "Eccola la famosa Cariddi - disse Anchise: - El‚no prediceva queste orribili rocce. Fuggiamo via, compagni; curvatevi insieme sui remi." Gli ordini sono eseguiti: Palinuro per primo volse verso sinistra la prora cigolante, tutti andammo a sinistra a forza di remi e con le vele al vento. Gonfiandosi i cavalloni ci alzarono sino al cielo, poi l'onda risucchiata ci cal• nell'abisso, sino ai profondi Mani. Per tre volte gli scogli mandarono un grido, vedemmo per tre volte la spuma bagnare le stelle. Vento e sole calarono; stanchi, senza conoscere il cammino, approdiamo ai lidi dei Ciclopi. Il porto, non turbato dal vento, Š vasto e tranquillo, ma l vicino l'Etna tuona con spaventose rovine; a volte erutta sino al cielo una nube nera, spire di fumo e di cenere ardente, leva globi di fiamme a lambire le stelle; a volte scaglia macigni, strappando via di slancio le viscere del monte, travolgendo nell'aria con un gemito rocce liquefatte, bollendo nel fondo del suo cuore. Si dice che la montagna schiacci il corpo di Encelado semiarso dal fulmine, che opprimendo quel corpo il pesantissimo Etna spiri dai rotti crateri fiamme e ardenti lapilli: si dice che tutte le volte che Encelado, stanco di quel peso, si muove, cambia fianco, si gira, con un rombo si scuota l'intera Sicilia ed il cielo si copra di nerissimo fumo. Durante tutta la notte, coperti dalle selve, sopportiamo gli orrendi fenomeni, senza vedere la causa di quel frastuono. Infatti non brillavano i fuochi delle stelle, il firmamento era scuro e il cielo una nuvola sola, la notte pi— profonda teneva nascosta la luna in un foltissimo nembo. Il giorno dopo, al primo spuntare di Lucifero, quando l'Aurora aveva appena rimosso dal cielo l'umida ombra, a un tratto venne fuori dal bosco una figura incredibile, smunta dalla magrezza e vestita di stracci: Š un uomo sconosciuto che tende supplichevole le mani verso il lido. Ci volgiamo a guardarlo. Lo nasconde un'estrema sporcizia ed una barba lunghissima, ha i vestiti a brandelli tenuti assieme con delle spine, ma Š certamente greco, uno di quei soldati che un tempo mossero guerra alle mura di Troia. L'uomo appena s'accorse da lunge che eravamo vestiti alla moda dardania e con armi troiane esit• un poco, atterrito, e si ferm•: poi subito corse precipitoso verso la spiaggia e piangeva e supplicava: "O Troiani, vi prego per le stelle, per i Numi, per questa luce che si respira nel cielo, portatemi via in qualunque paese: mi baster…. Lo so, sono un Greco, ho seguito la flotta, lo confesso, ho portato la guerra ai Penati di Troia. Questo per voi Š un delitto che non si pu• tollerare? Gettatemi a pezzi nelle onde, allora, affogatemi in mare. Se devo proprio morire voglio almeno morire per mano di esseri umani!" Gettandosi per terra s'aggrapp• ai nostri ginocchi. Noi lo esortiamo a dire chi sia, da quale sangue sia nato, da quale sorte sia stato perseguitato. Lo stesso padre Anchise gli d… pronto la mano in pegno di fiducia. Allora, rassicurato, dice: "Son nato ad Itaca, compagno del misero Ulisse, il mio nome Š Achemenide, sono partito per Troia fuggendo la povert… di mio padre Adamasto (volesse il cielo che fossi rimasto povero in patria!). I miei smemorati compagni, fuggendo in tutta fretta dalle soglie crudeli dell'antro del Ciclope, m'hanno lasciato qui. La grotta del Ciclope Š tutta piena di marca, di carni insanguinate, e dentro Š oscura, enorme. Lui Š cos alto che tocca le stelle sublimi (o Celesti, liberate la terra da un simile flagello!), nessuno pu• vederlo, nessuno pu• parlargli. Si ciba delle viscere e del sangue dei miseri che riesce a acchiappare. L'ho veduto io stesso sdraiato in mezzo all'antro prendere con una mano enorme due dei nostri e sfracellarne i corpi contro la dura roccia, far ruscellare il sangue per tutto il pavimento; l'ho veduto io stesso masticare quei corpi gocciolanti di sangue; le membra ancora tiepide palpitavano sotto i suoi denti spietati. Ma la pag•: ch‚ Ulisse non pot‚ sopportare un simile delitto e non dimentic•, nel pericolo estremo, la sua sottile astuzia. Poich‚ quando il Ciclope fu pieno di cibo e di vino non riusc a tener dritta la testa, si sdrai• gigantesco nell'antro, vomitando nel sonno sangue, brani di carne e vino sanguinoso: allora, pregati gli Dei e tratte a sorte le parti, lo circondammo, bucammo con un palo appuntito il solitario occhio che gli stava nascosto sotto la fronte torva, come uno scudo argivo o come il disco del sole: cos vendicammo finalmente, contenti, le Ombre dei compagni. Ma fuggite, o infelici, fuggite e tagliate la fune che vi lega alla spiaggia... Almeno cento altri orribili Ciclopi abitano su questi curvi lidi, qua e l… ed errano per gli alti monti, tutti grandissimi, spaventosi e feroci, eguali a Polifemo che chiude nella caverna le pecore e le munge. Gi… da tre mesi io vivo stentatamente nei boschi, tra nascondigli deserti e covili di fiere, e da una rupe vedo in lontananza i Ciclopi enormi, tremo al suono dei loro passi pesanti e della loro voce. I rami delle piante mi danno un povero cibo, bacche e dure corniole, mi nutro di radici. In guardia sempre, spiando dappertutto, ho veduto subito questa flotta avvicinarsi al lido. A lei mi sono affidato ciecamente: mi basta sfuggire ai nefandi Ciclopi. Toglietemi pure la vita con qualunque supplizio." Aveva appena parlato che sulla cima d'un monte vediamo Polifemo muoversi tra le pecore con tutta la mole del corpo, avviandosi alla spiaggia. Gli manca la vista, Š un mostro deforme, smisurato; avanza tenendo in mano il tronco d'un pino, che serve a dar fermezza ai suoi passi, gli stanno intorno le pecore, unico suo piacere, unico suo conforto... Giunto al mare, toccato che ebbe i flutti profondi, lav• il sangue che usciva dall'occhio vuoto, gemendo e digrignando i denti. Cammina in mezzo al mare e l'acqua non gli bagna nemmeno i fianchi altissimi. Noi ci affrettiamo a fuggire trepidando di l… non senza aver raccolto meritamente il Greco, tagliamo zitti zitti la fune, ci chiniamo sui remi e fendiamo il mare vogando a tutta forza. Polifemo sent e alla cieca arranc• verso il rumore. Ma quando cap che non poteva afferrarci o inseguirci attraverso lo Jonio, lev• un immenso grido. Ne tremarono il mare e le onde, la terra d'Italia ne fu atterrita, l'Etna mugg dal fondo delle sue curve caverne. Allora la razza dei Ciclopi, chiamata fuori dai boschi e dai monti, si precipita al porto e riempie la spiaggia. Vediamo allineati sul lido quei fratelli etnei, che inutilmente ci guardano con occhio minaccioso, le teste alte che toccano il cielo, riunione orrenda: sembrano aeree quercie o cipressi, dai frutti in forma di coni, dritti sull'alta cima, bosco sacro a Diana. Una tremenda paura ci spinse a slegare precipitosamente le sartie, per fuggire dovunque sia, spiegando le vele ai venti propizi. Ma il vaticinio di El‚no ci ordina di evitare la rotta tra Scilla e Cariddi, troppo vicina alla morte; decidiamo di correre indietro, verso l'est. Ecco che arriva Borea dallo stretto Peloro. Siamo salvi! Voliamo oltre il fiume Pantagia che si scava una foce nella roccia, oltre il golfo di Megara, oltre Tapso. Ci indicava quei luoghi, per dove era passato in senso inverso, Achemenide compagno di sventura dell'infelice Ulisse. Distesa innanzi al golfo di Sicilia, di fronte al Plemirio battuto dal mare, giace un'isola chiamata dagli antichi Ortigia. Si racconta che Alfeo, fiume dell'Elide, si sia aperto una strada segreta, sotto le onde, fin l…; adesso scorre insieme a te, Aretusa, si confonde nel mare per la tua stessa foce. Secondo gli ordini avuti veneriamo le grandi Divinit… del luogo; oltrepassando quindi i campi resi fertili dalle alluvioni del fiume Eloro, rasentiamo gli alti balzi e le rocce sporgenti di Pachino. Da lontano ci appare Camarina, ed i campi della grandissima Gela, cos detta dal nome del fiume che la bagna. Ci mostra in lontananza le sue mura possenti l'ardua, eccelsa Agrigento, un tempo produttrice di generosi cavalli. Sull'ala dei venti propizi ti lascio, o Selinunte piena di palme, e sfioro i banchi pericolosi, irti di scogli nascosti, del capo Lilibeo. Alla fine mi accolgono il porto e la triste spiaggia di Trapani: dopo aver superato tante fatiche, tante burrasche del mare, ahimŠ perdo mio padre, unico conforto d'ogni sventura, d'ogni preoccupazione. Qui tu mi abbandoni stanco, ottimo padre, ahimŠ strappato invano a tanti ed estremi pericoli! E l'indovino El‚no, che pure mi avvert di molte cose tremende, non mi aveva predetto questo lutto; nemmeno la crudele Celeno me lo aveva annunziato! Fu l'ultima mia prova, la meta delle lunghe strade percorse. Un Dio in seguito mi spinse fino alle vostre rive. Tra l'attenzione di tutti il padre Enea cos narrava i suoi viaggi, ripercorrendo i destini fissati dagli Dei. Poi finalmente tacque, pose fine al suo dire, stanco si ripos•.   LIBRO QUARTO     Intanto la regina gi… da tempo piagata da profonda passione, nutre nelle sue vene la ferita e si strugge di una fiamma segreta. Le ritorna alla mente lo splendido valore dell'eroe e la sublime gloria della sua stirpe; porta confitti in cuore le sue parole e il suo volto, e non trova riposo, quel fuoco non le d… pace. Il giorno seguente l'Aurora illuminava la terra con la luce del sole, e aveva cacciato dal cielo gi… tutta l'umida ombra, quando Didone fuori di s‚ si rivolge alla fedele sorella: "Anna, sorella mia, che sogni mi spaventano e mi tengono in ansia! Non ho mai visto un uomo come l'ospite nostro! Cos nobile d'aspetto, d'animo valoroso e forte nelle armi! Credo proprio (ed Š vero!) che sia di stirpe divina, poich‚ la vilt… rivela le anime degeneri. Ahi, da quale destino Š stato travagliato, come ieri diceva! Che guerre ha sostenuto! Se non avessi deciso irrevocabilmente di non voler pi— sposarmi con nessuno dopo che il primo amore se l'Š preso la morte e mi ha lasciata cos, delusa, piena d'odio per le faci nuziali ed il talamo, forse avrei potuto cedere unicamente a lui. Anna, te lo confesso, dopo la morte del povero mio marito Sicheo, dopo il delitto fraterno che ha macchiato di sangue la casa familiare, questi Š il solo che m'abbia colpito i sensi, il solo che m'abbia folgorato l'anima, cos da farla vacillare: conosco i segni dell'antica fiamma! Ma la terra profonda s'apra sotto i miei piedi o il Padre onnipotente mi fulmini nell'ombra, tra le pallide Ombre dell'Inferno e la notte, prima che io possa offenderti, sacro Pudore, e violare le tue leggi. Colui che per primo mi un al suo destino d'uomo s'Š preso tutto il mio amore, ora lo tenga per s‚, lo serbi nel sepolcro." Scoppi• in pianto e le lagrime le corsero gi— per il petto. Anna risponde: "Sorella pi— cara della luce, trascorrerai la giovinezza sempre sola e dolente senza la dolcezza dei figli n‚ le gioie di Venere? Credi che questo importi alla cenere e all'Ombra di chi Š morto e sepolto? Stammi a sentire. Capisco che non t'abbia piegato il cuore doloroso nessun pretendente di Libia e neppure di Tiro; capisco che tu abbia spregiato Jarba e i re di questo paese africano ricco di tanti trionfi; ma perch‚ vuoi respingere anche un amore vero? Non ti ricordi in che terra ti trovi, in mezzo a che genti? Di qua ti circondano i popoli di Getulia, razza imbattibile in guerra, i Numidi senza freno e l'inospite Sirte; di l… una regione deserta, arsa di sete, e i Barcei che dilagano in furia. E cosa devo dire delle prossime guerre con Tiro e delle minacce di nostro fratello? Credo davvero che le lunghe navi di Troia siano corse fin qui sotto i soffi del vento con gli auspici divini e il favor di Giunone. Che gran citt… vedrai sorgere, o sorella, che regni, da un tale matrimonio! Con le armi dei Teucri a fianco, in quante imprese si lever… la gloria dei Punici! Tu implora la grazia degli Dei, questo soltanto, e una volta compiuti i riti abbi cura dell'ospite, trova pretesti perch‚ si trattenga a lungo, finch‚ sul mare infuria l'inverno e il piovoso Orione, finch‚ le navi son guaste e intrattabile il cielo." Con queste parole le accese l'anima d'amore bruciante, diede speranza al cuore dubbioso e vinse il pudore. Subito vanno ai templi e chiedono la grazia davanti a tutti gli altari; immolano, come Š d'uso, pecore scelte a Cerere legislatrice, a Febo, al padre Lieo e soprattutto a Giunone, patrona dei nodi coniugali. La bella Didone versa lei stessa la tazza, tenendola con la destra, tra le corna lunate di una bianca giovenca; e davanti alle immagini divine a passi solenni cammina verso gli altari coperti di offerte. Comincia la sua giornata con sacrifici e preghiere e, in cerca d'un buon augurio, chinandosi sul fianco squarciato delle bestie ne consulta le viscere palpitanti, profetiche. O menti ignare dei vati! A che servono preci e templi a una donna in delirio? La fiamma le divora le tenere midolla e sotto il petto vive una muta ferita. L'infelice Didone arde ed erra furiosa per tutta la citt…, come una cerva incauta che - dopo averla inseguita con le frecce - un pastore tra le selve di Creta di lontano ha ferito con un'acuta saetta, lasciando senza saperlo confitto nel suo fianco il ferro alato: lei corre in fuga, affannata, per le foreste e le balze dittŠe, recando inflitta nel fianco la canna mortale. Ora conduce con s‚ Enea in mezzo alle mura facendogli ammirare le ricchezze sidonie e la citt… gi… pronta: ora comincia a parlare e le manca la voce, si ferma a mezzo il discorso. Caduto il giorno chiede sempre lo stesso banchetto, follemente domanda sempre di udire lo stesso racconto, e pende sempre dalle labbra di lui. Poi quando si son separati e persino la luna s'oscura, attenua il suo lume, e le stelle tramontano ed invitano al sonno, nelle sue vuote stanze si strugge, sola, e si getta sul giaciglio che Enea occupava durante la cena e ha lasciato: Š lontana da lui, eppure negli occhi ne ha sempre l'immagine, la voce di lui lontano ha sempre nelle orecchie. Ed a volte, incantata dalla sua somiglianza col padre, tiene in grembo Ascanio e cerca di illudere l'indicibile amore. Nella citt… le torri incominciate rimangono a mezzo, la giovent— non si esercita pi— nelle armi, non manda avanti la costruzione del porto e delle difese di guerra: ed interrotte rimangono le opere, gran muri minacciosi, palchi che toccano il cielo. Quando la vide in preda a una passione tale che non poteva frenarla nemmeno il timore di scandali, Giunone Saturnia, cara moglie di Giove, aggred Venere in questo modo: "Tu e tuo figlio davvero avete avuto una bella vittoria e gloriosi trofei! Ô proprio un bel vanto per voi che una povera donna sia vinta dall'inganno di due Numi potenti. Certo, capisco bene che tu avevi paura delle mie mura e tenevi in sospetto le case dell'alta Cartagine. Ma dimmi, quali saranno i termini ed il fine della nostra contesa? Concludiamo piuttosto una pace durevole con un bel matrimonio. Tu hai tutto ci• che hai voluto: Didone brucia d'amore fino in fondo alle ossa. Regniamo allora in comune sopra uno stesso popolo; Didone serva e s'inchini ad un marito frigio e ti consegni in dote il popolo di Tiro." Venere le rispose (poich‚ aveva capito quale fosse lo scopo di Giunone, sottrarre all'Italia l'impero per donarlo alla Libia): "Chi sar… cos folle da rifiutare un accordo e preferire di scendere in guerra con te, posto che ci• che chiedi possa avere fortuna? Ma sono incerta dei Fati, non sono sicura che Giove consenta che Tiri e Troiani abbiano una sola citt…, approvi che i due popoli stringano patti tra loro e si mescolino. Tu sei sua moglie, a te sola Š lecito tentarne l'animo con preghiere. Va' avanti, ti seguir•." Allora Giunone regina: "Sar… affar mio - disse. - Ascolta, ti spiegher• in breve come si possa fare quel che ci preme. Enea con l'infelice Didone si prepara a andare a caccia nei boschi, domani, non appena il sole si alzer… rivelando il mondo coi raggi. Io, mentre i battitori s'affanneranno a distendere reti sui passi montani, rovescer• dall'alto un nembo nero di grandine, rintroner• il cielo di tuoni. Si sperderanno i compagni coperti di opaca tenebra: Didone e il capo troiano troveranno riparo nella stessa caverna. Sar• presente, se tu sei d'accordo; unir• Didone a lui con un nodo stabile, la far• sua. E ci sar… Imeneo." Venere annu senza opporsi e rise alla bella trovata. Intanto l'Aurora sorgendo abbandonava il mare. Una giovent— scelta, nato il sole, s'affretta fuori citt…: hanno reti e grandi maglie, lacci e larghi giavellotti; i cavalieri massili galoppano tra le mute dei cani di fine odorato. I capi punici attendono la regina che indugia nella sua stanza da letto: un cavallo fregiato d'oro e porpora aspetta mordendo il freno spumoso. Ma ecco che infine arriva, in mezzo a un folto corteo, coperta da una clamide dall'orlo ricamato; ha una faretra d'oro, ed una rete d'oro sui capelli, una fibbia d'oro alla veste di porpora. Al tempo stesso avanzano i Frigi e Iulo, felice; bellissimo su tutti Enea s'offre di scorta alla bianca Didone e unisce le due schiere. Simile a Apollo, quando lascia la Licia invernale ed il fluente Xanto, torna a vedere Delo materna e dirige i cori; misti intorno agli altari fremono i Driopi, i Cretesi, i dipinti Agatirsi; lui va per i gioghi del Cinto e raccoglie i capelli fluenti adornandoli di flessibile fronda e incoronandoli d'oro; i dardi gli suonano in spalla. Non meno pronto e animoso veniva Enea, tanta bellezza gli splendeva sul nobilissimo volto. Quando si giunse ai monti e ai covi inaccessibili, ecco le capre selvagge saltando gi— dalle rocce attraversare di corsa le alture; laggi— i cervi corrono per la campagna alzando nubi di polvere, in schiere compatte, in fretta lasciano la montagna. Ed il fanciullo Ascanio in mezzo alle valli galoppa furiosamente col cuore pieno di gioia oltrepassando in corsa gli animali sbrancati, spera con tutta l'anima che tra l'imbelle armento gli si pari davanti uno schiumante cinghiale o che un fulvo leone discenda gi— dai monti. Intanto con un gran murmure il cielo si turba, e arriva subito un nembo di pioggia mista a grandine: spaventati i Fenici, i giovani troiani e il dardanio nipote di Venere qua e l… si disperdono in cerca d'asilo per i campi; impetuosi torrenti precipitano dai monti. Didone e Enea riparano in una stessa grotta. Per prima la Terra e Giunone pronuba danno il segnale: rifulsero lampi nell'aria a festeggiare l'unione, e sulle cime dei monti ulularono le Ninfe. Fu quello il primo giorno di morte, la causa prima di tanti mali; Didone non pensa alle chiacchiere, non pensa al suo decoro e non teme lo scandalo, ormai non coltiva pi— un amore segreto, lo chiama matrimonio, vela cos la sua colpa. Subito corre per tutte le citt… della Libia la rapida Fama, il malanno pi— veloce che esista. Vive di mobilit…, acquista forze andando; piccolissima prima, timorosa, ben presto si leva alta nell'aria, tocca terra coi piedi e col capo le nuvole. Si dice che la madre Terra abbia partorito questa sua ultima figlia, sorella di Encelado e Ceo, per rabbia contro gli Dei. Ô un mostro orribile, immenso, rapido d'ali e di piedi, coperto di penne; sotto ogni penna c'Š un occhio che vigila, una lingua, una bocca sonora e un orecchio rizzato. La notte vola a met… tra cielo e terra, stridendo nell'ombra, non chiude gli occhi nel dolce sonno; il giorno sta di vedetta sul culmine dei tetti o in cima alle alti torri, spaventa le grandi citt…, nunzia del vero e del falso. La Fama gongolando riempiva la gente di chiacchiere dicendo il vero e il falso: raccontava che Enea nato di sangue troiano era venuto a Cartagine, che la bella Didone s'era degnata di unirsi con lui, e che passavano l'inverno nei piaceri l'uno attaccato all'altra, immemori dei loro regni, presi da turpe passione. La terribile Dea diffonde simili storie qua e l… per le bocche degli uomini. Poi subito volge la sua corsa al re Jarba, infiammandone l'anima e aizzandone l'ira. Costui, figlio di Ammone e di una Ninfa rapita ai Garamanti, aveva alzato a Giove nell'ampio suo regno cento immensi templi e su cento altari aveva consacrato un fuoco perenne, onore eterno per gli Dei: il suolo sempre madido del sangue delle vittime, le soglie erano sempre adorne di corone fiorite d'ogni specie. Fuori di s‚ ed acceso dall'amara notizia si dice che levasse molte preghiere a Giove, supplice, a mani giunte, davanti agli altari, in mezzo alle venerate immagini dei Numi. "O Giove onnipotente cui il popolo mauro dopo aver banchettato sui letti ricamati liba vino prezioso, vedi che cosa accade? Non intervieni? O forse, padre, abbiamo paura invano di te quando scagli i fulmini? Sono ciechi i fuochi che tra le nubi atterriscono gli animi, non sono che vacui rombi? Una donna che, profuga nel nostro territorio, fond• una cittaduzza comperando il terreno, cui demmo un'arida spiaggia da colonizzare e i diritti sul luogo, ha respinto le nozze con noi accogliendo Enea come suo solo signore! E adesso quella specie di Paride, accompagnato da mezzi uomini, la mitra meonia legata al mento, la chioma profumata, gode la sua conquista. Ah, che davvero offriamo ai tuoi templi dei doni inutili e alimentiamo un'inutile gloria!" Mentre diceva cos, tenendo posata la mano sull'altare, l'ud l'Onnipotente e volse gli occhi alle mura regali e agli amanti dimentichi di ogni fama migliore. Disse allora a Mercurio: "Va', figlio, corri, chiama i venti, sollevati a volo e parla al capo troiano, che perde tempo a Cartagine e non pensa alle terre che il Fato gli ha destinato, recagli tu per l'aria il mio alto comando. Non ce lo promise cos la bellissima madre, non lo scamp• per questo due volte alle armi dei Greci: ma perch‚ regga l'Italia gravida di imperi e fremente di guerra, perch‚ perpetui la razza di Teucro dal nobile sangue, perch‚ detti leggi al mondo. Se non lo accende l'onore di cose tanto grandi, se non vuol faticare n‚ gli interessa la gloria, perch‚ proprio lui, suo padre, vuol defraudare Ascanio delle rocche romane? Cosa crede di fare? Che cosa spera indugiando tra gente nemica senza pensare al futuro, alla grande progenie che un giorno avr… in Italia, ai campi di Lavinio? Navighi, questo Š il mio ordine: siine tu messaggero." Disse. E Mercurio subito si prepara a obbedire al gran cenno del padre; prima s'allaccia ai piedi i calzari d'oro, alati, che lo portano in alto volando sopra i mari e sopra la terra, rapido come il vento. Poi piglia la verga con cui evoca le pallide Ombre dell'Orco, altre ne manda al Tartaro, d… e leva il sonno, gli occhi suggella nella morte. Munito della verga scaccia i venti, traversa le nubi burrascose. E gi… volando vede la vetta e i fianchi ripidi del duro Atlante, che regge il cielo con la testa; Atlante dal capo pieno di pini, cinto sempre di nuvole nere, battuto da vento e da pioggia; una distesa di neve gli copre le spalle, i fiumi precipitano dal mento del gran vecchio, l'ispida barba Š ghiacciata. Qui si ferm• dapprima il Cillenio, librandosi ad ali aperte; quindi si lasci• andare di peso velocissimo verso le onde, come un uccello che vola basso, radendo il mare intorno agli scogli pescosi ed intorno alle spiagge. Cos fendeva l'aria tra mare e cielo Mercurio cillenio, lasciando Atlante, suo nonno materno, volando verso la costa sabbiosa dell'arida Libia. Appena atterr• vicino ad antiche capanne vide Enea intento a dirigere la fondazione di torri e la costruzione di case; aveva una spada stellata di fulvo diaspro, un mantello corto di porpora tiria gli splendeva gi— dalle spalle, opera delle mani della ricca Didone che aveva trapunto il tessuto di fili d'oro sottili. Subito lo invest: "Ô cos adesso tu lavori alle fondamenta dell'alta Cartagine, schiavo di tua moglie, fai bella la citt… e ti dimentichi del tuo destino e del regno! Lo stesso re degli Dei, che con la sua volont… ruota il cielo e la terra, mi comanda di darti per l'aria veloce questi ordini: cosa progetti? Con quali speranze perdi il tuo tempo nel paese di Libia? Se non ti sprona la gloria delle grandi promesse, se non vuoi affrontare fatiche per la tua fama, pensa ad Ascanio che cresce, alle speranze di Iulo, al quale Š dovuto il regno d'Italia e la terra di Roma." Mercurio a met… del discorso si tolse al cospetto dei mortali, svanendo lontano dagli occhi nell'aria sottile. Enea fuori di s‚ ammutol a quella vista, gli si drizzarono in testa per l'orrore i capelli, gli si ferm• la voce in gola. Smania di correre via, abbandonando le terre che pure gli sembrano dolci, percosso dall'alto monito e dal comando divino. Ma come far…? Con quali parole adesso oser… rivolgersi alla regina innamorata, furiosa? Di dove incomincer… il suo discorso? Volge rapidissimamente il pensiero qua e l…, ideando diverse soluzioni, pesandole una per una. Infine, bench‚ sia sempre in dubbio, crede di aver trovato il partito migliore. Chiama MnŠsteo, Sergesto ed il forte Seresto; armino zitti zitti la flotta e sulla riva riuniscano i compagni, preparino ogni cosa senza lasciar capire quale sia la ragione di tanta novit…; intanto lui, poich‚ Didone non sa nulla e crede che un amore cos grande non possa spezzarsi, cercher… il modo e l'occasione pi— adatta per parlarle. Tutti obbediscono lieti ed eseguono gli ordini. Ma la regina (chi pu• ingannare chi ama?) present tutto e s'accorse per prima di ci• che accadeva: timorosa com'era di tutto, persino di quello che pi— pareva sicuro. L'empia Fama in persona disse che si allestiva la flotta per la partenza. Folle d'amore, l'anima smarrita, d… in ismanie, erra per la citt… fuori di s‚, baccante eccitata come una Menade quando infuria la festa, quando al grido di Bacco la stimolano le orge che vengono soltanto ogni tre anni, quando il Citerone a notte la chiama con molto clamore. Infine parla ad Enea per prima, cos: "Perfido, e tu speravi persino di nascondere tanto male e partire dalla mia terra in silenzio? Non ti trattiene il nostro amore, la mano che un giorno ti fu concessa, Didone che sta per morire di morte crudele? E invece tu sotto le stelle invernali prepari la flotta e ti affretti a solcare l'alto mare, tra i venti terribili, o malvagio. E perch‚? Se corressi non verso terre straniere, verso paesi che ignori, ma fosse ancora in piedi l'antica Troia, andresti a Troia con la flotta per l'ondoso mare? Fuggiresti da me? Per questo mio pianto e per la tua mano, per gli Imenei incominciati e per la nostra unione, se ho meritato di te in qualche modo, se cara ti fu qualcosa di me, abbi piet… della casa che crolla, lo vedi, e abbandona questo pensiero, ti prego, se si pu• ancora pregarti. Le genti di Libia mi odiano a causa di te, i tiranni numidi mi odiano a causa di te, persino i Tiri mi odiano a causa di te; a causa di te il pudore Š morto, Š morta la fama per la quale soltanto arrivavo alle stelle. A chi moribonda mi lasci? O Enea, ospite! Ospite! Soltanto questo nome posso dare a colui che un tempo chiamavo marito. Ma allora? Forse attendo il fratello Pigmalione che bruci le mie mura, o il re Jarba che mi porti in Getulia schiava? Oh, se prima della tua fuga avessi avuto almeno un figlio da te, un piccolo Enea che per le sale giocasse e ti ricordasse all'aspetto! Oh, che allora, non mi parrebbe del tutto d'essere abbandonata e d'essere stata ingannata!" Diceva cos. Ma lui per gli ammonimenti di Giove teneva immobili gli occhi e con sforzo premeva dentro al cuore l'affanno. Alla fine risponde con poche frasi: "Regina, non sar• io a negare che hai tanti meriti quanti puoi contarne a parole, e non mi scorder• di te finch‚ mi ricorder• di me stesso. Ma ascolta. Io non sperai di nasconderti questa fuga, credilo pure, e del resto mai ti tenni discorsi di nozze o pensai di sposarti. Se i Fati permettessero che conducessi la vita come vorrei, secondo i veri miei desideri, sarei rimasto a Troia vicino alle dolci reliquie dei miei, gli alti tetti di Priamo starebbero ancora in piedi e con le mie mani avrei costruito ai vinti una rinata Pergamo. Ma adesso Apollo grineo mi comanda di andare in Italia: in Italia mi ordinano di andare gli oracoli di Licia. Questo Š il mio amore, questa la mia patria. Se tu che sei fenicia ami tanto le rocche di Cartagine, questa tua bella citt… della Libia, perch‚ impedisci che i Teucri abbiano alfine riposo nella terra d'Italia? Ô lecito anche a noi cercare lidi stranieri. Tutte le volte che la notte circonda le terre di umide ombre, tutte le volte che sorgono gli astri infuocati, in sogno l'ombra del padre Anchise, turbata, mi rimprovera e mi spaventa, con lui mi rimprovera Ascanio, povero bimbo, del torto che faccio al suo futuro, poich‚ lo frodo del regno d'Esperia, dei campi fatali. E proprio adesso Mercurio, messaggero dei Numi, mandato da Giove (lo giuro per le nostre due vite) m'ha portato per l'aria rapida questo comando: - Naviga! - Ho visto il Dio in una luce chiarissima entrare per le mura e con queste mie orecchie ne ho sentito la voce: - Naviga! - Dunque cessa di infuocare me e te con questi lamenti, io non vado in Italia di mia volont…." Mentre diceva cos lei lo fissava bieca gi… da un poco, volgendo gli occhi qua e l…, misurandolo tutto con taciti sguardi; alfine furente prorompe: "Tua madre non Š una Dea, la tua stirpe non viene da Dardano, ma il Caucaso selvaggio aspro di rupi ti fece, ircane tigri allattarono te da bambino. Ah, perch‚ m'illudo, che cosa mi aspetto pi— di questo? Lui forse s'Š commosso al mio pianto? Non ha battuto ciglio: non ha emesso un sospiro: non ha avuto piet… dell'amante! Che cosa immaginare di peggio? Ormai nemmeno la grande Giunone e il padre Saturnio guardano con giustizia a quanto avviene. Non c'Š pi— alcuna buonafede, in nessun posto. Lo presi morto di fame, gettato sul lido dalla tempesta, lo misi a parte del regno, pazza! Strappai la sua flotta dispersa all'estrema rovina insieme ai suoi compagni. Ah, che furia m'avvampa! Proprio adesso l'augure Apollo e gli oracoli lici gli portano per l'aria questi ordini tremendi! Certo Š stato mandato da Giove in persona il fulmineo messaggero dei Numi! Oh, davvero gli Dei non hanno da occuparsi d'altro, se un tale pensiero turba la loro quiete! Ma non voglio ribattere le tue parole, non voglio neppure trattenerti. Parti, va' via col vento in Italia, cerca il tuo regno attraverso le onde. Io spero soltanto, se i pietosi Celesti hanno qualche potere, che me ne pagherai il fio tra gli scogli, chiamando spesso a nome Didone. Didone! Ma io lontana ti perseguiter• con i fuochi infernali: e quando la fredda morte spoglier… delle membra l'anima, in ogni luogo dove tu andrai ci sar•, pallido spettro, fantasma venuto a turbarti. Sconterai la tua pena, empio, ed io lo sapr•: questa bella notizia mi giunger… tra le Ombre." Cos dicendo tronca a mezzo il discorso, affranta fugge la luce del giorno, scappa via e si leva dagli occhi d'Enea, lasciandolo dubitante, pauroso, desideroso di dirle molte cose. Le ancelle accorrono e la portano al suo marmoreo talamo; svenuta, le membra rigide, la posano sulle coltri. Ma sebbene desideri alleviarle il dolore e consolarla, calmandone con parole l'affanno, bench‚ sia intenerito dall'amore, dolente il pio Enea obbedisce all'ordine divino e ritorna alla flotta. I Troiani s'affannano a trarre le navi in mare dall'alto lido. Nuotano le chiglie spalmate di pece, gli uomini dalle foreste portano rami fronzuti e quercie non lavorate, han fretta di fuggire... Sciamano precipitandosi da tutta la citt…, come le nere formiche quando, pensando all'inverno, saccheggiano un mucchio di farro e lo mettono in serbo nelle loro dispense: la bruna schiera cammina per i campi e convoglia la preda attraverso l'erba per un sentiero piccino, parte a forza di spalle portano i chicchi pi— grossi, parte dirigon la marcia, tengono a posto la fila, riprendono chi indugia, e tutta la strada Š in fermento. Con che cuore o Didone guardavi tutto questo, che gemiti mandavi vedendo dalla rocca fremere tutto il lido in lungo e in largo e il mare intero riecheggiare di rumore e di grida! Amore, spietato amore, a che cosa non spingi i cuori dei mortali? Ecco Didone costretta ancora alle lagrime, ancora a cercar di piegare Enea con le preghiere pi— vili e a sottomettere, chiedendo piet…, la fierezza alla passione; prima di darsi la morte non vuole lasciare nulla intentato. "Anna, non vedi come s'afferrano sul lido, accorsi da ogni parte; la vela chiama gi… i venti, i naviganti incoronano allegri le poppe. Se ho potuto vedere avverarsi tanto dolore, o sorella, potr• sopportarlo di certo. Pure, Anna, esaudisci la tua infelice Didone in una sola grazia: poich‚ quell'infame onorava solo te e confessava a te anche i segreti pi— arcani, e tu sola sapevi le vie pi— adatte e i momenti migliori per chiedergli qualcosa. Va' dunque tu da lui, sorella, e supplice parla a quel nemico superbo. Digli che io non giurai in Aulide coi Greci di distruggere la razza troiana, n‚ mandai la flotta contro Pergamo, digli che non turbai o dispersi le ceneri e l'Ombra di suo padre. Perch‚ non vuole ascoltarmi? Dove corre? Conceda almeno quest'ultimo dono alla misera amante: aspetti per fuggire un momento migliore e venti favorevoli. Non chiedo neanche pi— l'antica unione tradita, n‚ che rinunci al bel Lazio ed al futuro regno; chiedo soltanto del tempo, del vano tempo, una tregua finch‚ il furore si calmi e la Fortuna m'insegni a sopportare il dolore. Quest'ultima grazia domando (abbi piet… della povera tua sorella!), poi parta: se mai me la concede gliela restituir• a usura con la mia morte." Cos parlava; tali lamenti porta e riporta l'infelice sorella. Ma Enea non si commuove per nessun pianto n‚ ascolta con pazienza nessuna voce: s'oppone il Fato, un Dio gli chiude le orecchie. Come talvolta i venti alpini di qua e di l… soffiando a gara cercano di scalzare da terra una solida quercia dal fusto annoso: stridono le alte fronde coprendo il terreno di foglie a ogni scossa del tronco: ma l'albero Š abbarbicato al suo macigno e di quanto s'innalza con la cima nell'aria celeste, di tanto s'affonda con le radici sino al Tartaro; cos l'eroe Š percosso di qua e di l… da voci incessanti e nel gran petto contiene il tremendo dolore, al quale non pu• dar retta, la mente rimane immobile, le lagrime scorrono invano. Allora l'infelice Didone, atterrita dal suo destino, chiama la morte; le d… fastidio la vista del cielo convesso. S'infiamm• di pi— nella sua decisione di abbandonare la luce quando vide (orribile a dirsi) l'acqua lustrale intorbidarsi mentre poneva le offerte sugli altari fumanti d'incenso e i vini versati cambiarsi in osceno, terribile sangue. Non disse nulla a nessuno, nemmeno alla sorella. Nel palazzo reale c'era un sacello di marmo dedicato all'antico marito, che lei venerava di culto particolare, cinto di candida lana e di fronde festose: di l… le parve venissero parole e le parve sentire la voce del marito che la chiamava mentre la nera notte occupava tutte le terre; e le parve di sentire lagnarsi dai comignoli, spesso, il gufo solitario col suo lugubre canto, filando lunghissime note di pianto; ed inoltre con monito terribile la spaventarono molti presagi di sacri indovini. Lo stesso Enea popolava le sue notti di orrori comparendo feroce nei sogni di lei, folle di disperata passione; e sempre le pare d'esser lasciata sola, le pare sempre di correre per una lunga lunga strada, senza nessuno, cercando invano i Tiri per una contrada deserta. Cos Penteo impazzito vede la turba delle Eumenidi e il sole gli sembra doppio, doppia gli sembra Tebe; cos sul palcoscenico s'agita Oreste, figlio di Agamennone, quando fugge la madre armata di fiaccole e neri serpenti, e le Vendicatrici siedono minacciose sulle soglie del tempio. Vinta dal dolore, invasa dalle Furie, sicura di morire, esamina tra s‚ il modo e il tempo di porre in atto la sua decisione; rivolta alla triste sorella nasconde per• con l'aspetto il suo proposito, e quasi sembrerebbe brillare d'una nuova speranza. "Ho trovato, sorella, rallegrati con me - le dice - la vera strada per riavere il mio amore o per dimenticarlo. Al limite dell'Oceano, verso il tramonto del sole, c'Š il remoto paese degli Etiopi, dove il grandissimo Atlante ruota con le sue spalle l'asse del cielo fitto di stelle rilucenti: m'han detto che di l… Š venuta una strega di stirpe massila, custode del tempio delle Esperidi, che dava il pasto al drago e sorvegliava i rami dell'albero sacro spargendo liquido miele e papavero. Si vanta di liberare i cuori con i suoi incanti come vuole, versando in altri cuori gli affanni, di fermar l'acqua nei fiumi, di volgere indietro le stelle, di evocare i fantasmi notturni. Vedrai muggire la terra sotto i tuoi piedi, scendere gli orni dai monti! Te lo giuro, sorella cara, su tutti gli Dei e su te, sul tuo dolce capo, che controvoglia mi dedico alle arti magiche. Per• segretamente, ti prego, innalza un rogo, che si levi nell'aria sopra un terrazzo interno: e su vi getterai le armi di Enea, che l'empio ha abbandonato appese al talamo, con tutte le sue reliquie, e il letto d'amore che mi ha perduta. Cos va fatto: la maga vuole che si distrugga ogni ricordo di lui." Ci• detto tace, le gote invase di pallore. Ma Anna non pu• credere che la sorella con tali nuove magie nasconda un pensiero di morte, non riesce a concepire una tale follia, non teme avvenga di peggio che in morte di Sicheo. Cos eseguisce gli ordini... Appena sul terrazzo interno fu alzata nell'aria la gran catasta di pini e di tronchi di leccio la regina la cinge di serti e l'incorona di fronde funerarie; pensando alla tragedia a venire vi pone sopra la spada di lui con tutti i suoi ricordi, e in cima il suo ritratto. Sorgono intorno gli altari. La maga coi capelli sciolti chiama a gran voce tre volte i nomi di cento Dei, l'Erebo, il Caos, la trigemina Ecate, la vergine Diana dai tre volti diversi. Mesce dell'acqua che simuli il fonte d'Averno, fa cercare erbe giovani mietute con una falce di bronzo sotto la luna, gonfie di nero veleno; si procura l'ippomane strappato dalla fronte d'un puledro, sottratto all'avida cavalla. La stessa Didone sparge il farro con mani pie: e vicino agli altari, con la veste succinta e un piede scalzo, invoca gli Dei e le stelle che sanno il destino di tutti (lei che sta per morire!). Infine prega il Nume, se mai ve n'Š uno, che ha cura degli amanti non corrisposti, perch‚ faccia vendetta, perch‚ sia memore, giusto, pietoso. Era notte: gli stanchi corpi prendevano sonno tranquillamente per tutta la terra, riposavano le selve e i mari selvaggi; era l'ora in cui tacciono i campi, le stelle han percorso met… del loro cammino; e tutti gli animali e i colorati uccelli, quanti vivon nell'acqua limpida e nelle campagne spinose di sterpi, coricati nel sonno sotto la notte silente lenivano gli affanni ed i cuori obliosi di tutti i loro mali. Ma la Fenicia non dorme, addolorata, mai si rilassa nel sonno o riceve negli occhi e nel cuore la dolce quiete notturna: il suo affanno cresce e imperversa di nuovo, risorgendo l'amore, e oscilla indecisa tra grandi vampe di rabbia. Cos sempre di pi— s'arrovella, dicendo tra s‚: "E adesso che cosa far•? Dovr• tentare coi vecchi pretendenti? Espormi alle loro beffe? Supplice chieder• le nozze dei Numidi che tante volte ho sdegnato? Oppure seguir• la flotta dei Troiani, star• ai loro comandi? Ho fatto proprio bene ad aiutarli, un tempo, e loro me ne serbano molta riconoscenza! Ma se anche volessi partire con loro, chi mai vorr… accogliermi, odiosa, sulle navi superbe? AhimŠ, sciagurata, ancora non conosci gli inganni e gli spergiuri della stirpe di Laomedonte? E poi: me ne andrei sola coi naviganti gioiosi o mi porterei dietro tutte le schiere dei Tiri, che ho appena strappato alla citt… di Sidone, spingendoli ancora sul mare, spiegando le vele nel vento? Ah, muori come ti meriti, tronca il dolore col ferro! Sorella mia, sorella vinta dalle mie lagrime, sei stata proprio tu la prima, involontaria causa dei tanti mali che mi pesano addosso: tu m'hai fatto impazzire, m'hai consegnata al nemico. Perch‚ non ho vissuto feroce come una bestia selvaggia, in solitudine, senza amore n‚ colpa, senza soffrire cos? Perch‚ non ho mantenuto la fede un tempo promessa all'Ombra di Sicheo?" Questi gravi lamenti le uscivano dal petto. Enea stava sull'alta poppa, deciso a salpare, preparata ogni cosa secondo l'uso: dormiva. E nel sonno gli apparve l'immagine del Dio che tornava, di nuovo gli parve che cos lo ammonisse (simile in tutto a Mercurio, per voce, colorito, capelli biondi, bellezza giovanile del corpo): "O figlio di una Dea, in queste circostanze puoi abbandonarti al sonno? Pazzo, non vedi quali pericoli ti circondano, non senti come gli zefiri ti spirano propizi? Lei trama in cuore inganni e un atroce delitto; decisa a morire, ondeggia tra varie esplosioni di collera. Fuggi di qui a precipizio finch‚ hai il potere di farlo! Presto vedrai la marina sconvolta dalle navi e lucente di fiaccole, presto vedrai la spiaggia balenare di fiamme, se la prossima Aurora ti sorprender… qui, fermo su queste terre. Su, rompi gli indugi. La donna Š mobile e varia sempre." Ci• detto spar confuso nella notte. Subito Enea atterrito da quell'Ombra veloce strappa il corpo dal sonno sollecitando i compagni: "Svegliatevi, guerrieri, prendete posto ai remi, sciogliete presto le vele! Di nuovo mi Š stato mandato dall'alto cielo un Dio, ci incita a accelerare la fuga ed a tagliare le funi ritorte. O santo fra tutti gli Dei, noi ti seguiamo, chiunque tu sia, e obbediamo in festa al tuo nuovo comando. Assistici benigno e aiutaci, rendici amiche nel cielo profondo le stelle!" Sguain• la spada fulminea ed impugnando il ferro tagli• deciso le funi. Un medesimo ardore prese tutti i Troiani, afferrarono i remi e via, lasciarono il lido; il mare sotto le navi fugge, a forza di remi sconvolgono l'acqua spumosa, fendendo l'onda azzurra. E gi… la prima Aurora spargeva nuova luce sulla terra, lasciando il letto color del croco dell'antico Titone. Appena la regina vide da un'alta torre biancheggiare la luce e allontanarsi la flotta a vele spiegate, e il lido deserto e il porto vuoto, senza pi— marinai, si percosse il bel petto con le mani, furente, tre volte, quattro, si strapp• i biondi capelli: "O Giove - disse - Enea se ne andr…, uno straniero si sar… preso gioco impunemente di me e del mio regno? Nessuno in tutta la citt… impugner… le armi per inquisirlo, nessuno far… uscire le navi dagli arsenali? Andate, miei fedeli, correte, portate veloci le fiamme, munitevi di frecce, fate forza sui remi! Ma cosa dico, dove sono? Quale pazzia ti sconvolge la mente o infelice Didone? Soltanto adesso ti offendono i mali che hai commesso? Sarebbe stato assai meglio che ti fossi sentita offesa cos nell'ora in cui gli affidavi lo scettro. Eccola la lealt… di uno che dicono rechi con se i patrii Penati, di uno che avrebbe portato sulle spalle, pietoso, il padre vinto dagli anni! Sarebbe stato meglio che lo avessi ammazzato e fatto a pezzi, gettando quei pezzi nel mare; meglio sarebbe stato gli avessi ucciso i compagni, gli avessi fatto mangiare il corpo di suo figlio. Dura la lotta, d'esito incerto? Tanto meglio: che cosa potevo temere dovendo morire? Avrei dato fuoco all'accampamento, avrei riempito di fiamme le navi, ucciso padre, figlio, tutta la stirpe, e su quei morti io stessa sarei caduta morta! O sole, tu che illumini coi raggi le opere tutte del mondo, e tu Giunone che conosci e sei complice di questi duri affanni, e tu Ecate chiamata con lunghe grida, a notte, nei trivi cittadini, e voi vendicatrici Furie, e voi Dei protettori della morente Elissa, ascoltate e esaudite le mie preghiere, volgendo sui Teucri la vostra potenza. Se Š scritto nel destino che quell'infame tocchi terra ed approdi in porto, se Giove vuole cos, se la sua sorte Š questa: oh, almeno sia incalzato in guerra dalle armi di gente valorosa e, in bando dal paese, strappato all'abbraccio di Iulo, implori aiuto e veda la morte indegna dei suoi, n‚, dopo aver firmato un trattato di pace iniquo, si goda il regno e la desiderata luce, ma muoia, in et… ancora giovane, rimanga insepolto su un'arida sabbia! Questo prego, quest'ultima voce esalo col sangue. E infine voi, miei Tiri, perseguitate la stirpe di lui, tutta la sua discendenza futura con odio inestinguibile: offrite questo dono alla mia povera cenere. Nessun amore ci sia mai tra i nostri due popoli, nessun patto. Ah, sorga, sorga dalle mie ossa un vendicatore, chiunque egli sia, e perseguiti i coloni troiani col ferro e col fuoco, adesso, in avvenire, sempre finch‚ ci siano forze! Io maledico, e prego che i lidi siano nemici ai lidi, i flutti ai flutti, le armi alle armi: combattano loro e i loro nipoti." Cos disse, pensando a tante cose, cercando come morire al pi— presto. E si rivolse a Barce nutrice di Sicheo (poich‚ la propria nutrice era rimasta, ormai nera cenere, laggi— a Sidone): "Ti prego, cara nutrice, corri da Anna, che venga la mia dolce sorella, e dille che in gran fretta si lavi con acqua di fiume e porti con s‚ le vittime pel sacrificio, le offerte stabilite. Tu stessa cingi le tempie di benda votiva. Voglio sacrificare a Giove Stigio, come Š d'uso, porre fine a tutti i miei dolori ardendo insieme al rogo il ritratto di Enea." Barce acceler• il passo con affanno senile. Allora Didone, tremante, esasperata per il suo scellerato disegno, volgendo attorno gli occhi iniettati di sangue, le gote sparse di livide macchie e pallida della prossima morte, irrompe nelle stanze interne della casa e sale furibonda l'alto rogo, sguaina la spada dardania, regalo non chiesto per simile scopo. Dopo aver guardato le vesti lasciate da Enea e il noto letto, dopo aver indugiato un poco in lagrime e pensieri, si gett• su quel letto lunga distesa e disse poche, estreme, parole: "O reliquie, che foste cos dolci finch‚ lo permettevano i Fati e un Dio: ora accogliete quest'anima, scioglietemi da tutti i miei tormenti. Vissi, ho compiuto il cammino concessomi dalla Fortuna, e adesso un'immagine grande di me andr… sottoterra. Fondai una grande citt…, vidi sorgerne alte le mura, vendicai mio marito, inflissi al fratello nemico giuste pene: felice, ahi, troppo felice se solo non fossero mai arrivate ai nostri lidi sabbiosi navi dardanie!" Disse e prem‚ la bocca sul letto. "Moriamo senza vendetta - riprese - Ma moriamo. Cos, anche cos giova scendere alle Ombre. Il crudele Troiano vedr… dall'alto mare il fuoco e trarr… funesti presagi dalla mia morte." Tra queste parole le ancelle la vedono abbandonarsi sul ferro e vedon la lama spumante di sangue, vedono sporche di sangue le mani. Un grido si leva per tutta la reggia, la Fama s'avventa in furia per la citt…, le case fremono d'urla, di lamenti e di gemiti di donne, l'aria suona di grandi pianti, come se Cartagine o Tiro invase dai nemici crollassero, e rabbiose le fiamme s'attorcessero tra le case ed i templi. La sorella sent la notizia e atterrita, con una corsa affannosa, graffiandosi la faccia con le unghie, picchiandosi i pugni contro il petto, attraversa la folla chiamando la morente per nome: "Sorella, per questo mi volevi? Che inganno doloroso! Per questo volevi il rogo, i fuochi e gli altari? Che cosa dovr• pianger di pi—: la tua morte o questo disperato esser sola nella morte? Sorella, perch‚ non m'hai voluta tua compagna morendo? M'avessi tu chiamata ad una stessa morte: un eguale dolore ed una stessa ora ci avrebbe colte entrambe. Ed io con queste mani eressi il rogo, invocai gli Dei patrii, per essere da te lontana nell'ora della morte! Sorella, hai ucciso te e me e il popolo e i padri sidonii e tutta la tua citt…! Ma adesso lasciatemi lavare la ferita, lasciatemi raccogliere con le labbra l'estremo suo alito, se ancora le aleggia intorno un soffio di vita!" Precipitosa era salita sugli alti gradini del rogo e abbracciata la sorella morente la stringeva gemendo al seno e con la veste tentava di asciugare il nero sangue. Didone mentre cerca di alzare gli occhi che non riuscivano a stare aperti sviene; la ferita profonda nel petto stride. Tre volte riusc a levarsi sul gomito, tre volte ricadde sul letto: nell'alto cielo cerc• con gli occhi erranti la luce, vedendola gemette. Allora Giunone, pietosa del suo lungo dolore e della straziante agonia, mand• gi— dall'Olimpo Iride, che liberasse l'anima che lottava invano per svincolarsi dai legami del corpo. Poich‚ lei non moriva di giusta morte, decisa dal Fato, ma anzitempo, in un accesso d'ira, Proserpina non le aveva strappato ancora di testa il biondo fatale capello e non aveva ancora consacrato il suo capo all'Inferno e allo Stige. La rugiadosa Iride con le sue penne di croco brillanti contro sole di mille varii colori vol• attraverso il cielo e si ferm• su di lei. "Questo capello - disse - porto e consacro a Dite per ordine divino, e ti sciolgo da queste tue membra." Con la destra strapp• il capello: insieme si spense il calore del corpo, la vita svan nel vento.   LIBRO QUINTO     Intanto Enea con la flotta era gi… in mare aperto e fendeva sicuro i flutti anneriti dal vento e vedeva, volgendosi, impicciolire le mura illuminate dal rogo dell'infelice Didone. Non sanno la causa del fuoco, ma quanto una donna furente e l'amore tradito possano, i Teucri lo sanno e un augurio triste ne portano in cuore. Il mare era profondo, una distesa infinita senza pi— terra in vista, soltanto mare e cielo, quando sul loro capo si form• un nembo azzurro, un nembo che oscur• il mare, scaten• tempesta, inverno e notte. Palinuro, il nocchiero, grida dall'alta poppa: "Perch‚ tante nubi nel cielo padre Nettuno, cosa ci prepari?" Comanda di serrare in parte le vele e far forza sui remi bordeggiando nel vento, e grida ad Enea: "O magnanimo Enea, con questo tempo non spero di arrivare in Italia nemmeno se si rendesse garante lo stesso Giove. I venti sono cambiati, fremono e soffiano dal nerissimo ovest, il cielo Š diventato una nuvola sola. Non possiamo resistere n‚ con le vele n‚ ai remi. Poich‚ la Fortuna ci vince, cediamo, andiamo dove ci chiama, mutiamo la rotta. Se la memoria non m'inganna, se vedo giusto guardando le stelle, non sono lontane le fide spiagge fraterne d'Erice, i porti siciliani." Allora il pio Enea: "Vedo bene che i venti ci comandano di fare cos, e che invano ti opponi. Cambia rotta. V'Š forse una terra pi— cara, potrei sceglierne una pi— adatta alle stanche mie navi, della terra che alberga il dardanide Aceste, che custodisce nel grembo la salma del padre Anchise?" Volgono al porto le prore; le vele si gonfiano di venti favorevoli, la flotta taglia il gorgo rapida, finch‚ lieta tocca la nota riva. Da un'alta vetta montana Aceste osserv• l'arrivo delle navi amiche ed accorse cos com'era, in tenuta di caccia, armato di dardi, irsuto della pelle di un'orsa della Libia. Nato da donna troiana e dal fiume Crinso Aceste, non immemore dei comuni antenati, fa festa agli amici tornati: coi semplici doni della campagna li accoglie e ne ristora le forze. Gi… luminosa l'alba del giorno seguente aveva fugato le stelle, quando Enea radun• dalla spiaggia i compagni e salito su un monte di terra disse: "O grandi Dardanidi, stirpe di sangue celeste, Š gi… passato un anno, nel giro dei dodici mesi, da quando affidammo alla terra le ceneri e l'ossa del mio padre divino, consacrandogli altari. Ed Š, credo, gi… qui il giorno che terr• per onorato sempre e sempre per amaro, poich‚ cos voleste, o Dei. Anche in esilio nelle getule Sirti, o trattenuto dal mare argolico, o prigioniero nella citt… di Micene celebrerei questo giorno con voti rituali e feste solenni, coprendo gli altari di doni. Ma le ceneri e l'ossa del padre son qui, vicine a noi - non senza il volere dei Numi - poich‚ spinti dal vento toccammo porti amici. Su, celebriamo lieti tutti i funebri onori, invochiamo i venti propizi: che il padre mi conceda di rinnovargli tali cerimonie ogni anno, fondata la mia citt…, nei templi a lui dedicati. Aceste di stirpe troiana vi offre due buoi per ogni singola nave: fatene parte ai Penati, sia quelli della patria sia quelli che l'ospite Aceste tiene per sacri e onora con banchetti e preghiere. Quando la nona Aurora avr… portato ai mortali il giorno celeste e avr… illuminato la terra coi suoi radianti strali, bandir• giochi funebri. Per prima indir• una regata di navi veloci; poi si presentino tutti, chi Š agile nella corsa a piedi, chi presume d'essere bravo a scagliare il giavellotto e la rapida freccia, chi ha tanto coraggio di battersi coi cesti: ci saranno premi per tutti. Ma adesso silenzio, cingete di rami le tempie!" Ci• detto vela i capelli col mirto materno, lo stesso fa Elimo, lo stesso il vecchio Aceste ed il fanciullo Ascanio, seguiti da tutti gli altri. Enea va verso la tomba in mezzo ad una gran folla, qui versa per terra, libando secondo il rito, due tazze di vino, due di latte e due di sangue sacro gettando fiori di porpora, e prega cos: "Di nuovo salve o padre santo e voi ceneri invano scampate alla guerra e voi Ombra ed anima paterne! Non mi Š stato permesso di cercare con te i confini d'Italia, i suoi campi fatali ed il Tevere ausonio, comunque esso scorra." Aveva appena parlato, quando un grosso serpente strisci• da sotto la tomba, abbracci• calmo il tumulo dopo essersi attorto sette volte, pos• sugli altari la schiena chiazzata di blu, squamosa d'oro lucente: sembrava l'arcobaleno che controsole rallegra le nubi di mille colori. Enea stup a quella vista: con lunghi contorcimenti il serpente strisci• tra tazze e lucenti bicchieri, assaggi• qualcosa e di nuovo, senza far male, lasci• gli altari, si ritir• sotto la tomba. Enea con passione ancora maggiore continua le feste iniziate in onore di Anchise, incerto se quel prodigio fosse il Genio del luogo o fosse al servizio del padre: sacrifica due pecore, due porci e altrettanti giovenchi dal dorso nero, versando il vino dalle tazze per invocare l'anima del grande Anchise e i Mani riemersi dall'Acheronte. Tutti i compagni, ognuno per quel che pu•, offrono lieti i doni riempiendone gli altari e mattano i giovenchi; altri mettono in fila le pentole o stesi sull'erba fan fuoco sotto gli spiedi rosolando le viscere. Il giorno atteso giunse, i cavalli di Fetonte portarono la nona Aurora nel cielo sereno; dappertutto veniva gente, chiamata dal nome e dalla fama di Aceste: riempivano il lido tutti allegri per vedere gli Eneadi e per gareggiare. Dapprima si mettono in mostra i doni in mezzo al circo: tripodi sacri, verdi corone e palme, premio ai vincitori; poi armi, vesti ornate di porpora, talenti d'oro e d'argento; dall'alta tribuna una squillante tromba canta l'inizio dei giochi. Quattro navi scelte da tutta la flotta cominciano la prima gara coi remi pesanti. MnŠsteo guida con rabbiose vogate la rapida Pristi - da lui avr… origine un giorno la gente dei Memmi -; gi… l'enorme Chimera, grande come una citt…, spinta da ben tre file di giovani dardanii, spinosa di tre ordini di lunghissimi remi; Sergesto, da cui discende la casata dei Sergi, avanza sulla grossa Centauro; sulla cerula Scilla Cloanto, tuo primo antenato o Cluento romano! C'Š lontano nel mare uno scoglio proprio di fronte allo schiumoso lido, che a volte se i venti invernali nascondono le stelle Š battuto e sommerso dai cavalloni gonfi; ma col tempo tranquillo affiora in silenzio sull'immota distesa marina ed Š come un'isola fitta di smerghi amanti del sole. Qui il padre Enea pianta una verde meta, segnale ai naviganti, un leccio frondoso intorno al quale virare a met… della corsa per poi tornare indietro. Sorteggiano le corsie. Scintillano da lontano in piedi sulla poppa i capitani ornati di porpora e d'oro, e i giovani rematori incoronati di pioppo luccicano coi toraci e le spalle unte d'olio. Sono seduti ai banchi, le braccia tese sui remi, attenti aspettano il via, mentre l'ansia affannosa e l'avidit… di lodi svuota i cuori estuanti. La sonante tromba squill•. Via! Tutti scattarono, le grida marinare salirono alle stelle, la corrente spumeggi• sotto i colpi scanditi. Tracciarono solchi paralleli e il mare s'apr sconvolto dai remi e dai rostri a tre punte. Non filano tanto veloci nella corsa delle bighe i cocchi schizzando fuori dalle rimesse per prendere pista, non si curvano cos a frustare i cavalli durante la gara i fantini sbattendo frenetici le briglie sciolte. Il bosco risuona dell'applauso del pubblico e dei gridi frementi dei tifosi entusiasti, le voci si ripercuotono acute sulla spiaggia, i colli seduti in cerchio ne rimandano l'eco. Tra l'urlo della folla Š primo davanti a tutti Ga; subito dietro gli viene Cloanto che ha remi migliori ma nave pi— lenta. Seguono Pristi e Centauro, a una certa distanza: tentano di sopravvanzarsi l'un l'altra, e un po' ci riesce la Pristi, un po' la grossa Centauro, un po' solcano i flutti perfettamente appaiate. Tendono gi… alla meta, s'avvicinano allo scoglio, quando Ga fino a qui sempre primo e vittorioso sgrida a gran voce il suo timoniere Menete: "Perch‚ ti spingi tanto a destra? Tieniti in qua; accosta tutto a riva e i remi di sinistra sfiorino pure lo scoglio; al largo ci passino gli altri!" Ma Menete temendo l'insidia dei sassi sott'acqua tiene la prora dritta verso l'alto mare. "Dove diavolo vai? Tieniti sullo scoglio!" strilla di nuovo Ga, e girandosi vede Cloanto incalzarlo da presso e raggiungerlo. Cloanto passa all'interno, tra la nave di Ga e gli scogli sonanti, finch‚ d'improvviso supera il primo, balzando in testa, e doppiata la meta spazia in acque sicure. Bruciando di folle dolore sino in fondo alle ossa, il giovane Ga singhiozza di rabbia; senza vergogna di s‚ e senza curarsi del rischio cui pone gli amici precipita il tardo Menete gi— dalla poppa, nel mare; corre egli stesso al timone ed esorta i compagni a remare pi— in fretta, volgendo la barra alla riva. Gi… vecchio, Menete tard• a riaggallare dal fondo, e dopo una breve nuotata sal sullo scoglio con le vesti grondanti e sedette all'asciutto. Risero i Teucri vedendolo piombare nel mare, risero nel vederlo nuotare penosamente, ridono nel vederlo sputare l'acqua salata. Adesso Sergesto e MnŠsteo sperano tutti e due di superare Ga che si trova in difficolt…. Sergesto balza in avanti e s'avvicina allo scoglio ma s'avvantaggia solo di mezza lunghezza: tenace lo incalza la Pristi. Percorrendo su e gi— la corsia della nave, tra i vogatori, MnŠsteo li esorta: "Forza coi remi, camerati di Ettore, che scelsi a compagni nell'ultima ora di Troia; dove sono la forza e il coraggio che avete mostrato sulle onde di Malea, nelle getuliche Sirti e nel mar Jonio? Io, MnŠsteo, non ambisco al primo premio, non m'aspetto di vincere, sebbene... Ma vincano quelli, o Nettuno, ai quali tu l'hai promesso: m'importa soltanto di non essere l'ultimo. Forza compagni, sta a voi risparmiarci una tale vergogna!" E loro ce la mettono tutta: la poppa di bronzo trema ai colpi potenti, il mare scivola sotto, un ansito sempre pi— rapido scuote le membra e le gole ormai secche, il sudore scorre a torrenti. Gliela fecero per puro caso. Poich‚ mentre Sergesto spinge irruente la prora verso gli scogli per una virata strettissima, e voga troppo rischiosamente, va a dare in una secca. I remi battendo sulle rocce acute si schiantarono, la prora rimase sospesa sull'acqua. I vogatori balzarono in piedi di scatto attoniti, gridando forte, e misero mano ai pali ferrati e alle antenne per disincagliarsi, ripescando nel gorgo i remi frantumati. MnŠsteo intanto, felice, fatto ancora pi— ardito dal successo, guadagna il largo a forza di remi, col favore del vento, e corre in mare aperto. Come, improvvisamente spaurita, una colomba dalla buca profonda scavata nel sasso dove ha il nido e i pulcini si getta per i campi a volo, e prima starnazza con grande fragore uscendo dal chiuso, dopo scorrendo nell'aria tranquilla scivola limpidamente senza un battito d'ali: cos MnŠsteo fugge per l'ultimo tratto di mare, e lo slancio fa correre la nave velocissima. Anzitutto si lascia dietro Sergesto che lotta tra lo scoglio e le secche, chiamando aiuto invano, sforzandosi invano di correre con i remi spezzati. Poi raggiunge la grande Chimera di Ga che, priva di timoniere, cede, si lascia passare. Rimane, gi… sotto all'arrivo, soltanto Cloanto; MnŠsteo vuole agguantarlo, lo incalza con tutte le forze. Si leva un clamore grandissimo, tutti parteggiano per lui e gli gridano: "Forza! Dai!" Ne risuona l'aria. Gli inseguiti s'infuriano per paura di perdere: vorrebbero morire piuttosto che rinunciare al trionfo; agli altri d… ali il successo e tutto sembra possibile. Sarebbero forse arrivati alla pari se Cloanto stendendo le mani verso l'oceano non avesse impetrato la grazia dagli Dei: "O creature divine che avete il dominio del mare, vi immoler• volentieri un bianchissimo toro davanti all'altare, sul lido, lo giuro, e getter• le viscere nel flutto salato libandovi vini preziosi." Parl• e dalle profondit… marine l'ud l'intero coro delle Nereidi con quello di Forco, e Panopea, la vergine; e lo stesso Portunno lo spinse con la mano grande. La nave pi— veloce del vento e d'una rapida freccia fil• a terra, si ferm• dentro il porto profondo. Allora il figlio di Anchise, chiamati tutti a s‚ secondo l'usanza, per tramite della gran voce d'un araldo proclama Cloanto vincitore e gli vela le tempie d'alloro sempreverde dichiarando che spettano tre giovenchi ad ogni nave, un talento d'argento e del vino purissimo. In pi— aggiunge premi speciali per i capitani: al vincitore una clamide bordata di porpora a doppia striscia, bella per un ricamo d'oro che aveva per soggetto il regale fanciullo Ganimede, affannato e veloce, mentre di corsa insegue col giavellotto i cervi veloci sull'Ida frondoso, e dall'Ida, precipite viene ad artigliarlo e a rapirlo nell'alto del cielo l'aquila, alata ministra di Giove: i vecchi custodi tendono invano le mani disperate alle stelle, s'accanisce nell'aria il latrato dei cani. Al secondo d… in dono una lorica intrecciata di catenelle d'oro a tre fili, sottili, magnifico ornamento e difesa in battaglia: armatura che dopo un vittorioso duello aveva tolto egli stesso all'immenso Dem•leo sotto l'alta rocca di Troia, vicino al veloce Simoenta. Era tanto pesante che appena riuscivano a portarla sulle spalle due servi, S…gari e FŠgeo; e dire che un tempo con quell'armatura Dem•leo inseguiva di corsa i Troiani dispersi! Il terzo premio Š un paio di lebeti di bronzo e due coppe d'argento lavorate a rilievo. Gi… se ne andavano tutti, superbi dei doni, cinte le tempie di bende purpuree, quando Sergesto, strappatosi a gran fatica dal terribile scoglio, dopo aver perso tutta una fila di remi riportava la nave senza gloria, tra i fischi. Come un serpente sorpreso in mezzo alla strada, travolto dalla ruota di bronzo di un carro o lasciato per morto dalla violenta sassata d'uno che passa, invano vuole fuggire, con una parte del corpo s'avvolge ampiamente, feroce e ardente negli occhi, il capo sibilante ben alto, ma l'altra parte sfracellata dal colpo lo attarda, lo costringe a allentare le spire, cos coi remi schiantati lenta avanzava la nave: ma alza le vele ed entra in porto ad ali spiegate. D… a Sergesto i giovenchi il figlio d'Anchise, contento perch‚ Š stata salvata la nave e son salvi i compagni; e gli d… anche F…loe, una schiava Cretese brava in tutti i lavori, con due figli lattanti. Finita questa gara il pio Enea s'incammina verso un'erbosa pianura che i boschi cingevano da ogni parte con colli ondulati, una specie di circo in mezzo alla valle. Qui giunto l'eroe con molte migliaia di spettatori si siede su una tribuna ed invita chi ha voglia di correre. Da ogni parte si adunano Troiani e Siciliani, Eurialo e Niso per primi... Eurialo splendente di bellezza e di verde giovent—, Niso amico fedele d'Eurialo; dopo di loro veniva il regio Diore della nobile stirpe di Priamo, e con lui Salio e Patrone, l'uno acarnese, l'altro di stirpe d'Arcadia e di famiglia tegea; poi Elimo e Panope, giovani siciliani, uomini avvezzi alle selve, compagni del vecchio Aceste, ed altri ancora che oscura la fama nasconde. In mezzo a loro Enea parl•: "State a sentire lietamente, nessuno se ne andr… via di qui senza regali. Dar• due giavellotti di Cnosso di ferro lucido a tutti e una bipenne argentata. Ma i primi tre vinceranno anche altri premi e incoroneranno le tempie di scintillante olivo. Il primo avr… un cavallo ornato di falere; il secondo un turcasso delle Amazzoni, pieno di Tracie saette, avvolto da una fascia tutta d'oro con una splendida fibbia gemmata; il terzo andr… contento di quest'elmo argolico." Subito prendono posto e, dato il segnale, scattano veloci dal punto di partenza come un rapido nembo, gli occhi fissi alla meta. Niso Š subito in testa e saetta di molto davanti a tutti, pi— veloce dei venti e delle ali del fulmine; lo segue a distanza Salio; un poco pi— in l… viene Eurialo... Elimo segue Eurialo; a ridosso ecco che vola Diore e lo tallona alle spalle, ci fosse pi— pista Elimo sarebbe avanti d'un nulla o non lo sarebbe. Gi… arrivavano stanchi sul rettifilo d'arrivo quasi sotto il traguardo, quando il povero Niso sdrucciol• sul bagnato, poich‚ per caso il sangue delle vittime uccise aveva intriso la terra e l'erba verde. Il giovane, che gi… per vittorioso era applaudito, non riusc a mantenersi diritto ma cadde a faccia in avanti nel sangue sacro e nel fango. Cadendo pens• soltanto al suo amico Eurialo e alzandosi sul viscidume si oppose a Salio, lo fece ruzzolare sull'arena spessa. Cos Eurialo saetta e vince con l'aiuto di Niso, ottenendo un applauso fragoroso, fremente. Lo segue Elimo, Diore conquista il terzo posto. Allora Salio fa risuonare di grida l'anfiteatro; rivolto agli anziani reclama l'onore toltogli con l'inganno. La simpatia generale va ad Eurialo che piange troppo bene: il valore in un bel corpo Š pi— gradito. E ci si mette anche Diore, che Š per Eurialo e strilla a gran voce: non avrebbe alcun premio, con Salio vincitore. Allora interviene Enea: "I premi son vostri, ragazzi, nessuno vuol cambiare l'ordine d'arrivo; ma voglio consolare un amico innocente." Cos detto d… a Salio la pelle d'un leone di Getulia, dal vello spesso e dalle unghie dorate. E Niso allora: "Se tali premi concedi ai vinti, se hai tanta piet… di chi Š caduto, a me che darai? Avrei pure avuto la prima corona senza la stessa sfortuna che Š toccata a Salio!" Cos dicendo mostrava il volto e le membra bruttamente infangate. L'ottimo padre sorrise e comand• che gli si portasse uno scudo, opera di Didimaone, strappato dai Greci al tempio di Nettuno, e gliene fece un bel dono. Terminate le corse e la distribuzione dei premi: "Ora chi se ne sente la forza e il coraggio venga a porsi in guardia coi cesti sul pugno." Cos dice Enea e mette in palio due doni: al vincitore un torello adorno di bende dorate, al perdente una spada ed un magnifico elmo. Subito viene avanti Darente ostentando gran forza, altissimo se ne leva un murmure di meraviglia; fu lui il solo che osasse lottare con Paride, fu lui che presso al sepolcro di Ettore vinse Bute dal corpo immane che si vantava disceso dalla stirpe dei Bebrici di re Amico, fu lui che sulla fulva arena lo stese moribondo. Cos Darete, pronto alla lotta, alza il capo e mostra le spalle larghe e schermisce con l'ombra avventando gran destri e sinistri nell'aria. N‚ trova avversari, nessuno fra tanti osa affrontarlo infilando le mani nei cesti. Perci• certo che tutti lasciassero a lui la vittoria allegro stette davanti ad Enea e senza indugiare con la sinistra afferr• per le corna il torello e disse: "O nato di Dea, se nessuno osa battersi, Š inutile perdere tempo e fermarci ad aspettare. Lasciami prendere il premio." E tutti i Troiani dicevano di s: gli si desse il toro promesso. Allora Aceste con gravi parole rimprovera Entello che gli sedeva vicino sull'erba verde del prato: "O Entello, invano una volta fortissimo tra gli eroi, senza nessuna lotta lascerai portar via dei doni cos belli, indifferente? Dov'Š quell'Erice che invano chiamavi tuo maestro? Dov'Š la fama sparsa per tutta la Sicilia? Dove sono i trofei che ornano la tua casa?" E lui: "Certo non Š la paura a privarmi di desiderio di gloria e d'amor della lode; ma l'et… tarda mi fa gelido e debole il sangue, raffredda le forze nel corpo. Se avessi la giovent— d'una volta, la giovent— di cui si vanta il troppo fiducioso Darete, gi… sarei nell'arena, senza pensare a premi: non m'importa dei premi." Cos detto gett• in mezzo al campo due cesti d'incredibile peso, quelli con cui l'aspro Erice soleva ferrare le mani quando faceva a pugni. Ne stupirono tutti tanto eran rigidi e duri: sette strisce di cuoio grosse e pesanti di piombo e di ferro intrecciato. Per primo se ne meraviglia lo stesso Darete e rifiuta simili armi da lotta; il magnanimo Enea soppesandoli in mano ne ammira la grandezza. E il vecchio atleta allora: "Che avrebbe detto Darete, o Enea, se avesse visto i cesti d'Ercole stesso e la lotta fatale su questo lido? Una volta le armi che tieni in mano, ancora nere di sangue, Erice le portava, tuo parente, e con esse affront• il grande Alcide. Con quelle solevo io medesimo battermi quando un sangue migliore mi dava forza, quando l'invidiosa vecchiaia ancora non m'aveva imbiancato le tempie. Ma se il troiano Darete ricusa queste armi, ed il pio Enea approva e il padre Aceste Š d'accordo, combattiamo alla pari. Non temere, ti faccio grazia dei cesti d'Erice, e tu rinunzia ai tuoi." Cos detto si tolse il mantello di dosso e rivel• le membra grandi, le grandi spalle, e grande si piant• nel mezzo dell'arena. Allora il figlio d'Anchise fece portare due paia di cesti d'egual peso, ne arm• le loro mani. Si mettono subito in guardia, le braccia levate, e saltellano intrepidi sulle punte dei piedi. Tengono indietro le teste per sottrarle ai colpi, fintano e schivano, menano pugni d'assaggio. Darete Š giovane ed ha un miglior gioco di gambe, l'altro Š pi— grosso e grande, ma i ginocchi gli tremano, gli manca il fiato, l'affanno gli fa palpitare le membra. Si scambiano colpi, a vuoto, risuonano i fianchi, i toraci robusti, i pugni fischiando roteano nell'aria intorno alle tempie e le mascelle crepitano sotto terribili sventole. Il pi— pesante Entello sta immobile, in tensione, tutto attento, schivando i colpi col minimo sforzo. Darete, come chi attacca con macchine d'assedio una citt… od un castello montano, con molta malizia cerca una via per colpirlo, e lo assale qui e l… con ogni sorta di finte, ma sempre senza successo. Entello alz• la destra: Darete cap che razza di colpo piombasse e lo schiv• con un salto: Entello colp solo l'aria e pesante com'era cadde a terra di schianto con tutta la mole del corpo, come cade talvolta sull'Erimanto o sull'Ida un pino sradicato e corroso di dentro. Balzano in piedi i Troiani e la giovent— siciliana con sentimenti opposti; un grido sale al cielo, Aceste accorre per primo e aiuta l'amico a rialzarsi. Ma la grave caduta non lo spaventa n‚ attarda: l'eroe torna alla lotta pi— impetuoso e accanito, e schiumando di rabbia - poich‚ la vergogna e la coscienza del proprio valore gli accendono le forze - ardente rincorre per la pianura Darete raddoppiando sinistri e destri. Senza respiro: come i nembi tempestano i tetti delle case con molta grandine, cos l'atleta colpisce Darete con entrambe le mani e lo sbatte qua e l…. Allora il padre Enea non volle che lo scontro continuasse furioso e che Entello superbo incrudelisse: interruppe la lotta, salv• Darete consolandolo con belle parole: "Infelice, sei pazzo? Non vedi che le forze sono cambiate e che i Numi ti sono avversi? Cedi al destino!" Cos pose fine al massacro. I compagni se lo trascinarono via malfermo sulle gambe, per portarlo alle navi, e ciondolava la testa, mentre sputava sangue con denti insanguinati. Poi ritirano il premio, la spada e l'elmo magnifico, lasciando il toro ad Entello. Il vincitore trionfa, felice della bestia. "Figlio di Dea - dice - e voi Troiani, guardate quali fossero un tempo da giovane le mie forze e da che morte avete liberato Darete." Cos detto si pose davanti al torello ed alz• la destra armata del cesto e la vibr• tra le corna violentemente, infranse l'osso e schiacci• il cervello: la bestia cadde a terra tremando, morta sul colpo. E disse: "In cambio della vita di Darete io ti dedico, o Erice, quest'anima pi— adatta e qui vittorioso depongo i cesti e l'arte." Subito dopo Enea invita chi vuol gareggiare con la freccia veloce e mette premi in palio; con mano poderosa drizza un albero tolto alla rapida nave di Seresto ed in cima vi lega con uno spago una colomba a bersaglio. Accorrono gli arcieri: in un elmo di bronzo si gettano le sorti. Chi tirer… per primo? Esce tra grandi applausi il nome di Ippoconte figlio d'Irtaco, secondo Š quello di MnŠsteo, gi… lieto del suo premio nella gara navale, incoronato di splendido olivo. Ed Š terzo Eurizione, fratello di quel famoso Pandaro che un giorno, dovendo turbare la tregua per impulso divino, fu il primo a scagliare un dardo contro gli Achei. Rimane per ultimo in fondo all'elmo di bronzo il nome di Aceste, che ancora osava affrontare una fatica da giovani. Con mani poderose incurvano gli archi; ognuno nel suo sforzo Š solo, dalla faretra ognuno sceglie un dardo. Per prima flagella l'aria nel cielo, scoccata dal nervo stridente, la saetta del giovane Ippoconte e colpisce quasi nel segno, si ficca nel tronco. Vibr• il palo e la colomba tremante starnazz• intorno allo spago mentre scoppiavano applausi. Il valoroso MnŠsteo si prepar•, l'arco teso, e sperava di vincere: prese la mira con intenta attenzione. Ma non seppe colpire la colomba, ruppe soltanto lo spago che la legava per una zampa, cos l'uccello vol• via nell'aria tra le nuvole nere. Rapido allora, gi… pronto con l'arco e la freccia, Eurizione invoc• l'Ombra del morto fratello e, attentamente mirando alla colomba gi… lieta nel libero cielo, che sembrava applaudire con un palpito d'ali la libert…, la colp sotto una nuvola nera. Esanime cadde lasciando la vita tra gli altissimi astri, precipit• portando la freccia piantata nel petto. Restava il solo Aceste senza speranza di premio; ma il vecchio egualmente vibr• la freccia nell'aria mostrando col suono dell'arco la sua abilit…. Un grande prodigio, d'augurio per il futuro, si rivel• all'improvviso: lo confermarono i fatti e i terrifici vati ne dissero tardi presagi. La freccia s'accese volando tra le liquide nubi, arse e tracci• una scia di fiamma, si consum• e spar tra i volubili venti. Cos le stelle cadenti spesso si staccano dal cielo e trascinano correndo nel cielo una chioma lucente. Siciliani e Troiani ne restarono attoniti e pregarono i Numi: il grandissimo Enea non rifiut• l'augurio, abbracci• Aceste, lieto del colpo, colmandolo di doni e gli disse: "O padre, prendi, poich‚ il grande re dell'Olimpo ti vuole vincitore anche contro la sorte. Ricevi questo dono che fu del padre Anchise, una coppa istoriata di fregi, che una volta il tracio Cisseo aveva dato in regalo ad Anchise, uno stupendo regalo in pegno del suo affetto." Ci• detto gli cinge le tempie di alloro sempre verde, dichiara il vecchio Aceste vincitore su tutti. N‚ il buon Eurizione gli invidia tale onore bench‚ lui solo avesse abbattuto l'uccello. Un altro premio va a chi ha spezzato lo spago, l'ultimo a chi ha piantato nel palo la freccia. Ma il padre Enea (ancora non era finita la gara) chiama a s‚ Epitide, balio e amico del piccolo Iulo, e gli parla all'orecchio: "Su, corri da Ascanio, digli che se ha gi… pronta la schiera puerile e in ordine i cavalli, conduca le squadre in onore del nonno: e venga fuori armato." Poi comanda che il popolo che aveva invaso il circo lasci libero il campo. Avanzano i fanciulli splendendo tutti insieme allo sguardo dei padri sui frenati cavalli, e freme nel guardarli mentre vanno la giovent— troiana e siciliana. Tutti hanno i capelli cinti da una corona, portano due giavellotti dalla punta di ferro e, alcuni, lucenti turcassi: una catena flessibile d'oro intrecciata discende dal collo sui petti. Tre squadre di cavalieri vengono al trotto, e davanti a tutti caracollano tre piccoli capi: ognuno di loro Š seguito da dodici fanciulli. La prima lieta schiera la guida il piccolo Priamo (tuo chiaro figlio, o Polite, che ripete il nome del nonno e che avr… una stirpe in Italia) montato su un cavallo di Tracia, balzano d'un piede e stellato di bianco. Secondo Š Ati, da cui discende la gente latina degli Azi, fanciullo carissimo al giovane Iulo. Ultimo Š Iulo, il pi— bello, e cavalca un destriero sidonio, pegno d'affetto della bella Didone. Tutti gli altri montano cavalli d'Aceste... I Dardanidi accolgono con un applauso i fanciulli vedendoli timidi, e nel guardarli gioiscono riconoscendo in loro i lineamenti dei padri. Avevano fatto al trotto il giro della pista felici di esibirsi cos davanti ai parenti quando Epitide con un grido e uno schiocco di frusta diede il segnale. Corsero in file parallele e subito si divisero a gruppi di tre, poi via, tornarono indietro a puntarsi per gioco le armi. Ô un carosello di scontri, di finte ritirate, di giri e di rigiri, di fughe e scaramucce, di difficili passi intrecciati: e un poco s'affrontano coi dardi, un poco fatta la pace marciano assieme. Si dice che un tempo nella nobile Creta il Labirinto tra oscure pareti chiudesse un cammino tortuoso e intricato con mille diverticoli s che fosse impossibile andare dritti alla meta; con eguali volute i figli dei Troiani intrecciano i passi, tessono per gioco fughe e battaglie come delfini che scherzano per la distesa marina fendendo le acque di Scarpanto o di Libia. Ascanio, mentre cingeva di mura Alba Longa, rinnov• questo tipo di corsa e di gara e lo insegn• ai prischi Latini nell'identico modo in cui lui giovinetto l'aveva praticato insieme ai giovani Teucri: gli Albani a loro volta lo insegnarono ai propri ragazzi: la grande Roma l'ebbe da loro e mantenne la tradizione; sicch‚ ancora oggi quel gioco Š detto Troia e la schiera dei fanciulli a cavallo Š detta la schiera troiana. Fu questa l'ultima gara in onore di Anchise. Qui per la prima volta la Fortuna mut•, volle essere infedele. Mentre con tanti giochi rendono solennemente gli onori estremi alla tomba, Giunone Saturnia manda dal cielo alla flotta troiana la messaggera Iride, spirandole venti propizi: poich‚ non ha ancora sfogato l'antico dolore ha in mente pensieri di vendetta. Scendendo per l'arco dai mille colori la vergine corre; nota il raduno grandioso e scrutando le spiagge vede il porto deserto, la flotta abbandonata. In una spiaggia vuota, lontane, solitarie, le Troiane piangevano la memoria d'Anchise e piangendo guardavano il mare profondo. Ed erano tutte d'accordo nel lamentare che a loro gi… stanche ancora toccasse percorrere tanto mare, vedere tanti lidi stranieri. Oh, non ne potevano pi—! Domandano una citt…, una sede fissa, e subito. Pensando di nuocere Iride si insinu• tra di loro, ma senza la veste e il volto di Dea; assunse l'aspetto di Beroe, vecchia moglie di Doriclo nativo di Tmaro, un tempo famosa per stirpe, per nome, per figli, e cos s'aggir• in mezzo alle madri dardanidi. "O misere - disse - che mano d'Acheo non travolse a morte durante la guerra, sotto le mura della patria! O gente infelice cui la Fortuna riserva l'estrema rovina! Volge la settima estate dalla caduta di Troia, e ancora corriamo per tante terre, per lidi, per inospiti sassi, sotto stelle avverse, mentre per il mare sconfinato sbattute dall'onda inseguiamo l'Italia che sfugge. Questa Š la terra fraterna d'Erice, qui c'Š l'ospite Aceste. Chi ci proibisce di alzare le mura di una citt…? O patria, o Penati strappati invano al nemico, mai pi— ci saranno mura col nome di Troia? Non vedremo mai pi— i fiumi ettorei, lo Xanto e il Simoenta? Ors—, bruciate con me le navi maledette! Ho veduto nel sonno la profetessa Cassandra che mi porgeva le fiaccole accese e diceva: - Cercate Troia qui, la vostra casa Š qui! - Ô tempo d'agire, non c'Š da indugiare davanti a miracoli simili! Ecco quattro altari fumanti dedicati a Nettuno: il Dio ci d… fuoco e coraggio!" Cos dicendo afferra per prima un tizzone e levando la destra lo scuote con forza e lo scaglia. Le donne guardavano attonite. Ed una di loro, la pi— vecchia, Pirgo, regale nutrice di tanti figli di Priamo, disse: "Ma questa non Š Beroe, questa non Š troiana, non Š la moglie di Doriclo; riconoscete i segni della celeste maest…, guardate che occhi ardenti, che spirito, che volto, e il suono della voce, l'incedere divino! Del resto ho lasciato da poco Beroe, era triste perch‚ ammalata, perch‚ lei sola doveva astenersi dalla festa e dal rendere a Anchise gli onori dovuti." Titubanti le madri dapprima gettarono torvi sguardi alle navi, incerte tra un doloroso amore per la solida terra su cui poggiano i piedi e i regni favolosi a cui le chiama il Fato, quando la Dea si lev• ad ali spiegate nel cielo tracciando sotto le nubi la scia d'un arcobaleno. Stupite dal miracolo e spinte dal furore allora corrono al fuoco gridando, ed alcune spogliati gli altari gettano rami e tizzoni: il fuoco infuria sui banchi, sui remi e le poppe dipinte. Eumelo arriva di corsa alla tomba d'Anchise per portare alla gente che guarda tranquilla le gare notizia delle navi in fiamme: e tutti voltandosi vedono cupe faville laggi— vorticare tra il fumo. Ascanio, che lieto guardava il carosello, per primo corre in furia a cavallo all'accampamento sconvolto, n‚ gli affannati maestri riescono a trattenerlo. "Che cos'Š questa strana follia? Cosa fate? - dice. - Non state bruciando gli accampamenti nemici, le navi degli Achei, ma le vostre speranze. Ecco qui il vostro Ascanio!" E gett• ai loro piedi, vuoto, l'elmo con cui guidava la finta battaglia. Anche Enea corre, con lui la schiera dei Teucri. Ma quelle si disperdono per spiagge e selve, impaurite s'appiattano nelle caverne pi— profonde, si pentono e vergognano di quello che hanno fatto, sentono troppo pesante persino la luce, e l'ira di Giunone sbolle dai loro cuori. Ma non per questo si attenua la fiamma e la forza dell'incendio; ch‚ sotto la quercia bagnata s'accende la stoppa ed esala un sudicio fumo e lento il fuoco consuma gli scafi; Š la rovina per tutte le navi, n‚ l'acqua versata a torrenti n‚ gli sforzi dei Teucri riescono a fermarla. Allora il pio Enea si strapp• le vesti di dosso e alzando le palme chiese aiuto agli Dei: "O Giove onnipotente, se tu ancora non odii tutti i Troiani sino all'estremo, se guardi alle umane fatiche con l'antica piet…, fa' che la flotta scampi al fuoco, salva le poche nostre sostanze, padre; oppure con un fulmine rovinoso dammi la morte, se me lo merito, annientami con la tua destra!" Aveva appena parlato quando una nera tempesta spargendo gran pioggia infuri•, campi e monti tremarono al rombo del tuono: un torbido acquazzone rovin• a torrenti dal cielo carico di nerissimi nembi; e gli scafi si riempiono, il legno mezzo bruciato s'inumidisce d'acqua, l'intero incendio si spegne e tutte le navi, tranne quattro soltanto, si salvano dal fuoco. Ma il padre Enea commosso da quella sciagura volgeva opposti pensieri: se dovesse restare nei campi siciliani, dimentico del suo destino, o partire deciso per le coste d'Italia. Allora il vecchio Naute, su tutti esperto nell'arte profetica di Minerva, illustre di molta sapienza (la Dea gli dettava i voleri dell'ira divina e ci• che richiedesse la successione dei Fati), consola Enea con buone parole e gli dice: "O figlio di Dea, seguiamo dovunque la Fortuna, qualsiasi cosa accada bisogna sopportarla. Pensa al dardanio Aceste di stirpe divina, prendilo a tuo consigliere ed associalo a te; poich‚ hai perduto le navi affidagli chi Š di troppo, chi Š stanco delle tue gesta e della grande impresa; scegli i vecchi, le madri che non sopportano il mare, gli invalidi, quelli che hanno paura, permetti che qui affranti costruiscano mura: lascia che chiamino Acesta la loro citt…." Acceso dalle parole del vecchio amico, Enea ne Š rianimato, e insieme pi— preoccupato che mai. E gi… la notte nera saliva sul cocchio nell'aria, quando gli apparve l'ombra del padre Anchise, scesa dal cielo all'improvviso, che gli disse cos: "O figlio, un tempo a me caro pi— della stessa vita, quando ero in vita; o figlio cos duramente provato dai destini di Troia, io vengo qui da te per comando di Giove, che ha salvato le navi dal fuoco e che finalmente dal cielo s'Š impietosito di te. Segui i buoni consigli che ti d… il vecchio Naute, porta in Italia giovani scelti, fortissimi cuori: nel Lazio dovrai debellare un popolo duro, gente allevata nelle fatiche. Ed andrai prima, o figlio, alle case infernali di Dite, per il profondo Averno dovrai cercare di me. Ignoro l'ombra triste del Tartaro: dimoro nei Campi Elisi, coi giusti. E ti condurr… l, dopo aver sparso il sangue di molte pecore nere, la casta Sibilla. Allora tutto saprai della tua stirpe e della citt… che ti tocca. Ma adesso addio, l'umida notte ha gi… corso met… del suo itinerario celeste, e l'Oriente mi spinge via veloce coi suoi ansanti cavalli." Disse, e fugg leggero come un fumo nell'aria. E Enea: "Dove vai, dove ti precipiti, o padre? Perch‚ mi lasci? Chi ti strappa al mio abbraccio?" Assorto ancora nel sogno risuscita la fiamma dalla cenere e supplice venera i misteri della canuta Vesta ed i Lari di Pergamo e versa il pio farro e brucia l'incenso. Subito chiama i compagni, per primo il re Aceste, rivela loro il comando di Giove e i consigli del carissimo padre, ed ascolta il loro pensiero: Aceste acconsente, la citt… si far…. Vi iscrivono d'autorit… le madri, vi lasciano chi vuole, chi non ha desiderio di gloria. Si rifanno i pezzi bruciati delle navi, si riparano i remi e gli attrezzi: son pochi i naviganti, ma splendono di valore guerriero. Intanto Enea con l'aratro disegna le mura e tira a sorte i quartieri: li chiama col nome di Ilio e fa rivivere Troia. Aceste gode del regno ed indice comizi, ai padri riuniti d… leggi. Poi si consacra un tempio a Venere idalia in cima all'Erice, vicino alle stelle, e un bosco con un sacerdote alla tomba d'Anchise. Tutti hanno gi… banchettato per nove giorni e onorato gli altari: placidi venti fanno del mare una tavola, l'Austro propizio soffia forte ed invita a salpare. Un grande pianto scoppia sulla spiaggia lunata; indugiano una notte e un giorno, non sanno staccarsi. Le madri stesse e coloro ai quali un tempo era parso aspro l'aspetto, intollerabile il nome del mare, vogliono anch'essi partire, soffrire i disagi del viaggio. Il buon Enea li consola con parole amichevoli e li raccomanda alle cure di Aceste. Ordina quindi d'immolare un'agnella alle Tempeste e tre vitelli ad Erice, e di salpare l'ancora. Col capo ornato di tenere foglie d'olivo ritto in cima alla prua, con in mano una coppa, getta nei flutti salati le viscere e il vino purissimo. Li spinge un vento propizio sorgendo da poppa; ed a gara i compagni solcano il mare coi remi. Ma Venere preoccupata si rivolge a Nettuno con questi lamenti: "La terribile ira di Giunone, il suo odio che non si sazia mai ora mi spingono a te: n‚ il tempo n‚ la piet… la calmano o raddolciscono, rimane immobile, sempre, contro i destini e contro il volere di Giove. Non le basta di aver cancellato furiosa la citt… dei Frigi, e di avere travolto le reliquie di Troia per ogni tormento: ma ne insegue persino le ossa e la cenere, e lei sola conosce le cause di tanto furore. Tu stesso mi sei testimone di quale tempesta poco fa scatenasse nel mare della Libia; ha sconvolto le onde sino al cielo, fidando nei soffi d'Eolo, invano; ha sfidato il tuo regno! Ed ecco che ha perfino aizzato le madri, malvagiamente ha bruciato le navi e perduto la flotta, ha costretto i Troiani a lasciare i compagni in Sicilia. Ora ti prego che i rimanenti dian vela tranquillamente per l'onda, e arrivino sicuri al laurentino Tevere; se Š vero che chiedo cose da tanto tempo promesse dalle Parche." Allora il Saturnio domatore del mare le disse: "O Citera, Š giusto che ti fidi del regno dove sei nata. E un poco me lo merito, poich‚ ho difeso Enea frenando il furore del mare. L'ho difeso anche in terra: chiedilo al Simoenta ed allo Xanto. Quando Achille inseguiva le schiere troiane affannate, spingendole verso le mura, migliaia mandandone a morte, e i fiumi gemevano pieni di corpi, e lo Xanto non riusciva a trovare una via per giungere al mare, allora salvai Enea, che inferiore di forze s'era scontrato col grande Pelide, lo nascosi in una nuvola. E s che mi premeva distruggere le mura di Troia spergiura, le mura da me costruite. Ora non ho cambiato idea, stai pure tranquilla. Andr… sicuro ai porti d'Averno, come vuoi tu. Ne piangerai uno solo scomparso nell'acqua, un solo capo fra tanti pagher… per tutti." Dopo aver rallegrato con queste parole la Dea il padre Nettuno impone ai cavalli un giogo dorato e freni spumeggianti, poi scioglie le briglie. Vola leggero col cocchio ceruleo sul piano del mare; le onde si livellano, sotto il carro tonante il gonfio mare si placa, dal cielo fuggono i nembi. Lo accompagna una corte svariata, immani cetacei, il vecchio coro di Glauco e Palemone d'Ino, i veloci Tritoni con tutto il gregge di Forco: a sinistra c'Š Teti, Melite e la vergine Panopea, Nise, Spio, Cimodoce e Talia. Una timida gioia si fa strada nel cuore sempre ansioso del padre Enea: comanda che gli alberi siano drizzati, presto, che le braccia alle vele si tendano. Manovrano insieme le scotte, da sinistra a destra e da destra a sinistra, volgendo le vele, e la flotta nel vento va avanti da s‚. Primo davanti a tutti Palinuro guidava la densa schiera, gli altri seguivano la rotta. L'umida notte aveva gi… corso met… del suo itinerario celeste, ed i naviganti distesi sotto i remi, sopra le dure panche, gi… rilassavano i corpi nella placida quiete: quando il leggero Sonno sceso dagli astri altissimi disperse l'ombra e mosse l'aria nera, cercando te Palinuro incolpevole, portandoti sogni ben tristi. Il Dio sed‚ sulla poppa, somigliava nel volto a Forbante, ti disse: "Palinuro di Iaso, se la flotta nel vento va avanti da s‚ e spirano lievi le brezze, Š l'ora del sonno. China la testa, ruba gli occhi stanchi al lavoro. Prender• un poco il tuo posto; io veglier• per te." E a lui levando appena gli occhi stanchi parl• Palinuro: "Mi chiedi di non badare al volto del placido mare, e ai flutti tranquilli? Mi chiedi di confidargli Enea? Il cielo sereno e l'infido vento troppe volte m'hanno tradito." Restava fermo al timone, attento al percorso degli astri. Il Dio sulle tempie gli scuote un ramo bagnato nel Lete, carico del sonno potente dello Stige: a lui che invano rilutta chiude gli occhi smarriti. Appena il sonno improvviso allent• le sue membra gli fu sopra e lo butt• a capofitto nel mare con un pezzo divelto di murata e il timone e un grido inutile d'aiuto ai compagni; quindi volando leggero se ne torn• nell'aria. Ma la flotta procede: un cammino tranquillo per l'acqua alta; sicura, guidata da Nettuno. E gi… s'accostava agli scogli delle Sirene, ardui tanto una volta, bianchi di tante ossa: gi… risuonavano rauchi al frequente rumore del mare in lontananza, quando Enea scopr che la nave errava alla deriva e aveva perduto il pilota. Allora egli stesso diresse lo scafo nell'onda notturna, mentre, commosso dal caso, molto gridava nel pianto: "O troppo fiducioso nel mare e nel cielo sereno, giacerai, Palinuro, in sabbia ignota, nudo."   LIBRO SESTO     Cos dice piangendo; e a tutte vele approda finalmente alle spiagge euboiche di Cuma. Girano verso il mare le prore, le poppe ricurve coprono tutto il lido: con dente tenace l'ancora tiene ferme le navi. Un gruppo di giovani balza ardente sul lido d'Esperia: alcuni accendono il fuoco, percuotendo le selci, sprigionando i semi della fiamma nascosti nelle vene del sasso; altri percorrono le selve, folti asili di fiere, e segnalano le sorgenti trovate. Ma il pio Enea s'incammina verso la rocca, dove l'alta statua d'Apollo domina, verso l'antro immenso e i recessi della tremenda Sibilla alla quale il profetico Nume ispira la mente con la sua volont…, svelandole il futuro. Gi… s'avvicina al bosco di Trivia e ai tetti d'oro. Dedalo, dice la fama, fuggendo dai regni Minoici, audacemente affidatosi al cielo su penne veloci, vol• verso le gelide Orse per un insolito cammino e leggero alfine si ferm• sulla rocca calcidica. Appena reso alla terra ti consacr•, o Apollo, i remi delle ali e un grande tempio ti eresse. Sulle sue porte c'Š effigiata nell'oro la morte di Androgeo; ci sono gli Ateniesi obbligati ogni anno a pagare un pietoso tributo: sette giovani tirati a sorte. Di contro si leva alta dal mare la terra di Cnosso: si vede l'amore bestiale del toro, Pasifae sottoposta a quel toro in un simulacro di vacca, e il Minotauro, razza mista e biforme, frutto di un empio accoppiamento; e c'Š l'inestricabile Labirinto che Dedalo, pietoso dell'amore d'Arianna, dipan• guidando con un filo i passi di Teseo. Icaro, avresti anche tu gran parte in quest'immenso lavoro se il dolore l'avesse consentito. Dedalo aveva tentato due volte di scolpire nell'oro la sua morte; due volte le mani gli caddero. Enea avrebbe guardato a lungo ogni cosa con molta attenzione se Acate, andato avanti, non fosse tornato insieme a Deifobe di Glauco, sacerdotessa di Febo e di Diana. Deifobe gli dice: "Enea, non Š il momento di perdere il tuo tempo; immola subito subito sette giovenchi scelti da un gregge non domato, e sette belle pecore di due anni, secondo l'uso!" Cos parla (e i guerrieri non tardano ad eseguire l'ordine) poi la sacerdotessa chiama i Teucri nel tempio. L'enorme fianco della rupe euboica Š tagliato in un antro profondo a cui portano cento larghe vie, cento porte donde erompono cento sacre voci, i responsi della Sibilla. Giunti sulla soglia, la vergine disse: "Ô tempo di chiedere notizie sul tuo destino: ecco il Dio, ecco il Dio!" E subito mentre parlava davanti alla magica porta si mut• in volto, cambi• colore; le chiome scomposte, il petto anelante, il cuore gonfio di rabbia. Sembra pi— grande, non ha voce umana, poich‚ Š ispirata dal Dio che sempre pi— s'avvicina. "Tardi a offrire i tuoi voti e le tue preci, troiano Enea? - grida a alta voce. - Tardi? Le grandi porte della casa che il Dio rintrona s'apriranno soltanto dopo!" Un brivido corse per le ossa dure dei Troiani ed Enea dal profondo del cuore lev• questa preghiera: "Apollo, tu che sempre hai avuto piet… dei travagli di Troia, che dirigesti i dardi e le mani di Paride contro il corpo di Achille, che mi sei stato guida per tanti mari che bagnano terre immense, tra genti come i Massili cacciati in luoghi fuori del mondo, per campi come quelli posti lungo le Sirti: ora che finalmente abbiamo toccato le spiagge della sfuggente Italia, fa' che la mala sorte di Troia non ci segua pi— oltre! Ormai Š giusto che anche voi tutti, Dei e Dee, ai quali Troia e la gloria troiana spiacquero, risparmiate la mia povera gente. Tu, santa profetessa presaga del futuro (io non ti chiedo un regno che il destino non m'abbia gi… concesso), assicurami che i Teucri e i loro erranti Lari e le travagliate Divinit… di Troia troveranno una sede nel Lazio. Lever• allora a Febo e a Trivia un tempio tutto marmo e istituir• dei giorni festivi dedicati al gran nome di Apollo. E anche tu, sacra vergine, nel nostro impero avrai un santuario, dove serber• i tuoi oracoli - i libri sibillini, i destini segreti che avrai dato al mio popolo - e dove officeranno uomini scelti. Solo, non affidare alle foglie le sacre profezie; potrebbero volarsene via alla rinfusa, trastullo dei rapidi venti. Ti prego, vergine santa, parla tu, di persona." Ribelle all'ossessione del Dio la profetessa mostruosamente infuria nella caverna, simile a una baccante, e tenta di scacciare dal petto con ogni sforzo l'immenso Febo: ma sempre pi— il Dio le tormenta la bocca rabbiosa domandone il cuore selvaggio, e le imprime la propria volont…. E gi… le cento grandi porte della caverna si sono spalancate spontaneamente, portando nell'aria i vaticinii della sacerdotessa: "O tu, che finalmente hai superato i grandi pericoli del mare (ma la terra ti serba pericoli pi— gravi): i Teucri arriveranno nel regno di Lavinio, bandisci dal tuo petto questa preoccupazione, ma vorranno non esserci mai arrivati. Vedo guerre, orribili guerre, e il Tevere schiumoso di sangue. Avrai lo Xanto e il Simoenta, avrai dei nuovi accampamenti dorici; ed Š gi… nato a difesa del Lazio un altro Achille, figlio anch'egli di una Dea. Giunone si unir… ai nemici dei Teucri, sempre. Quante citt… e popoli d'Italia andrai a supplicare umile nel bisogno! Una moglie straniera sar… ancora la causa di tanto danno, ancora nozze straniere... Tu non cedere ai mali, affrontali con pi— audacia di quanto la tua sorte non lo permetta. La via della salvezza - lo credi? - sar… una citt… greca." La Sibilla cumana predice cos dal fondo del santuario tremendi responsi ambigui, e mugghia nell'antro mascherando con oscure parole la verit…: cos Apollo scuote i freni alla donna infuriata e le ficca gli sproni nell'affannoso petto, la stimola e sconvolge. Quando cess• quel furore e la bocca rabbiosa finalmente ebbe pace, Enea le disse: "Vergine, non c'Š nessuna fatica che mi giunga inattesa o che mi sembri nuova; ho previsto gi… prima tutto, ho gi… soppesato tutto nella mia anima. Ti chiedo solo una cosa: poich‚ si dice che qui sia la porta del re dell'Inferno e l'oscura palude dove sbocca il gorgo dell'Acheronte, concedimi di andare da mio padre e vedere il suo volto sereno. Insegnami tu la strada, aprimi tu le sacre porte. Lo presi in spalla (su queste spalle!) attraverso le fiamme, attraverso una nube di frecce, lo salvai tra i nemici. Egli, bench‚ fosse invalido, seguendo il mio viaggio, sopport• insieme a me le lunghe traversate del mare e le minacce del cielo e delle onde, oltre le proprie forze e la propria vecchiaia. E fu lui stesso a darmi il comando preciso di venire da te, di arrivare umilmente alla tua soglia. Ti prego, vergine sacra: piet… e del figlio e del padre; tu che puoi tutto, tu che Ecate non per nulla prepose ai boschi d'Averno! Ô pur vero che Orfeo pot‚ evocare l'Ombra di Euridice, aiutandosi con le corde sonore della sua cetra; Š vero che Polluce pot‚ riscattare il fratello dalla morte, morendo a turno, e tante volte fa e rif… questa via. E perch‚ ricordare l'impresa di Teseo e quella d'Ercole? Anch'io discendo dal sommo Giove." Pregava cos stendendo le mani sull'altare; e la sacerdotessa disse: "Sangue divino, Troiano figlio d'Anchise, Š facile calare all'Averno: la porta dell'oscura dimora di Dite Š sempre aperta, il giorno e la notte. Ma tornare sui propri passi, risalire all'aria che si respira in terra, Š faticoso e difficile. Pochi han potuto farlo: figli di Dei, diletti e favoriti da Giove, o animosi, elevati da un ardente valore sino all'altissimo cielo. Lo spazio di qui a Dite Š occupato da dense foreste, che Cocito circonda di neri meandri. Se davvero desideri con tanta forza passare due volte le paludi dello Stige, vedere due volte il nero Tartaro, se davvero hai il coraggio di tentare un'impresa pazzesca, ascolta quello che prima dovrai fare. Sopra un albero ombroso, opaco, pieno di foglie, c'Š un ramo tutto d'oro (d'oro le foglie, d'oro il flessibile gambo) consacrato a Giunone infernale: lo copre e lo nasconde il bosco, un'alta ombra lo chiude in una valle oscura. Non si pu• penetrare nei segreti del suolo prima d'aver strappato dall'albero quel ramo dalle chiome dorate. L'ha deciso la bella Proserpina, che vuole le si porti in regalo il ramo: chi lo strappa ne vede spuntare un altro eguale, mettere fronde di un eguale metallo. Cerca in alto con gli occhi, e quando riesci a trovarlo strappalo con le mani secondo il rito. Il ramo seguir… la tua mano con facilit… se i destini ti chiamano; altrimenti non riuscirai a vincerlo neanche col duro ferro. Ma ascolta ancora: un tuo amico giace morto sul lido (e tu lo ignori!) portando sfortuna a tutta la flotta col suo cadavere; mentre interroghi l'oracolo, poni domande e indugi davanti alla mia soglia. Conduci prima quel morto alla sua estrema dimora, componilo nel sepolcro. Immola pecore nere come tua prima offerta espiatoria. Cos finalmente vedrai i boschi dello Stige, i regni che non hanno strade per gli uomini vivi." Enea col volto triste, gli occhi chinati a terra, s'incammina, lasciando la caverna, e rivolge tra s‚ quei vaticinii oscuri, quegli eventi misteriosi. Con lui il fido Acate muove i passi di conserva, preoccupato da eguali pensieri. Discorrevano nell'andare di molti problemi, domandandosi di che compagno morto e di che sepoltura parlasse la Sibilla. Ma ecco che, arrivati all'accampamento, vedono sul lido asciutto, morto indegnamente, Miseno; Miseno figlio d'Eolo, il pi— bravo di tutti a chiamare i guerrieri con la tromba, a infiammare col suono il violento Marte. Era stato compagno del grande Ettore, insieme ad Ettore affrontava le battaglie, famoso per la tromba e la lancia. Dopo che il vittorioso Achille aveva spogliato Ettore della vita, il fortissimo eroe Miseno si era unito al dardanide Enea, seguendo cos destini e forze non inferiori. Un poco prima, mentre faceva risuonare con la cava conchiglia i mari, provocando follemente gli Dei a gara, un Tritone invidioso - se Š vero quel che si dice - l'aveva travolto di sorpresa in mezzo agli scogli fra le onde spumeggianti. Intorno al suo cadavere si lamentano tutti con molte grida: su tutti il valoroso Enea. E piangendo s'affrettano ad eseguire gli ordini della Sibilla - senza nessun indugio - e gareggiano nell'alzare con tronchi l'altare funerario, levandolo sino al cielo. Vanno in un bosco antico, profondo covo di fiere, e gli abeti rovinano, risuona il leccio percosso dalle scuri, risuonano i frassini, la quercia facilmente fendibile Š spaccata coi cunei, rotolano gi— dai monti i grandissimi orni. Enea lavora con gli altri, pi— degli altri, ed esorta i compagni, munito come loro di scure. Intanto col cuore afflitto guarda l'immensa selva pensando al ramo d'oro nascosto chiss… dove, e prega: "Oh, se quel ramo a un tratto mi si mostrasse dal suo albero, in mezzo a questo bosco troppo grande. Quello che ha detto di te la profetessa, o Miseno, purtroppo era la verit…." Aveva appena parlato quando ecco, per caso, due colombe volando dal cielo vennero proprio sotto gli occhi di Enea e andarono a posarsi sull'erba verde del suolo. Il grandissimo eroe riconobbe gli uccelli materni e lieto preg•: "Oh, siatemi guide sul sentiero segreto, e volando nell'aria dirigete i miei passi attraverso le selve fin dove il ricco ramo fa ombra al fertile suolo! E tu, madre divina, assistimi, ti prego, in questo momento difficile!" Ci• detto si ferm• a guardare gli uccelli, dove accennassero a andare, se gli dessero un segno. Le colombe beccarono qui e l…, allontanandosi con piccoli voli solo di quel tanto che permettesse a Enea di seguirle con gli occhi. Poi giunte quasi alla gola del puzzolente Averno si levano a volo veloci e scivolando per l'aria limpida vanno a posarsi nel luogo desiderato, sull'albero di dove scintilla luminoso in mezzo ai verdi rami il chiarore dell'oro. Come il vischio, cresciuto da una pianta non sua, durante il freddo invernale verdeggia di fresca e nuova fronda nei boschi deserti e incorona i tronchi rotondi coi frutti colore del croco; cos sul leccio scuro splendeva l'oro fronzuto, cos la lamina fine squillava nel vento leggero. Enea subito afferra il ramo, avidamente vince la sua durezza, lo porta alla Sibilla. Intanto sulla spiaggia i Troiani piangevano l'eroe Miseno e rendevano all'insensibile salma gli estremi onori. Alzavano un altissimo rogo di rami resinosi di pino e tronchi di quercia, ricoprendone i fianchi di nere fronde: davanti vi piantano cipressi funerari, vi gettano sopra per ornamento le armi scintillanti. Alcuni preparano l'acqua calda e fanno bollire sul fuoco i vasi di bronzo, lavano il corpo freddo e lo ungono di balsami, tra funebri lamenti; coricano sul rogo le membra tanto piante e vi gettano sopra vesti di porpora, gli abiti che soleva indossare. Ed altri si avvicinano al gran feretro (triste compito) con le fiaccole in mano, la faccia voltata, secondo l'uso ancestrale: gli danno fuoco. Bruciano le molte offerte, l'incenso, le carni delle vittime, l'olio sparso a gran tazze. Cadute tutte le ceneri e spentasi la fiamma, lavavano nel vino l'ossa, la brace calda e assetata: in un'urna di bronzo Corineo chiuse i poveri resti. Lo stesso Corineo gir• attorno ai compagni per tre volte, tenendo un vaso d'acqua lustrale, spruzzandoli di rugiada leggera con un ramo di pacifico olivo: cos li purific• e disse l'estremo saluto. Il pio Enea elev• al guerriero un immenso sepolcro, con le sue armi, il suo remo e la tromba, sotto un aereo monte che dal nome del morto ora si chiama Miseno, e che si chiamer… eternamente Miseno, nei secoli dei secoli. Fatto questo, Enea esegue gli ordini della Sibilla. C'era un'enorme caverna dalla vasta apertura tagliata nella roccia, difesa da un lago nero e dal buio dei boschi. Nessun uccello poteva volarvi impunemente al di sopra, per gli aliti che salivano al cielo convesso, sprigionandosi dalla sua scura bocca. Qui la sacerdotessa fa condurre anzitutto quattro giovani tori dal dorso nero; versa sul loro capo del vino, taglia un ciuffo di peli tra le corna e li getta sui fuochi sacri, prima offerta, chiamando a gran voce Ecate potente nel cielo e nell'Erebo. Alcuni guerrieri affondano i coltelli nelle gole dei tori e raccolgono il sangue tiepido nelle tazze. Lo stesso Enea ferisce con la sua spada un'agnella dal vello nero, immolandola alla Notte, che Š madre delle Eumenidi, e a Gea sua grande sorella, ed una vacca sterile a te, Proserpina. Poi, di notte, leva altari al re dello Stige e pone sul fuoco interi quarti di carne, versando olio sulle viscere ardenti. Ed ecco, al chiarore dell'alba e al sorgere del sole, la terra mugghi• sotto i piedi, le cime dei boschi cominciarono a muoversi e cani parvero urlare traverso l'ombra, man mano che si avvicinava la Dea. "Profani, via di qui! - grida la profetessa. - Andate via dal bosco! E tu, Enea, sguainando l'acuta spada, avviati sulla strada dell'Ade: adesso Š necessario aver coraggio, un cuore risoluto!" Ci• detto furiosa si slanci• nell'aperta caverna, ed egli la raggiunse, segu con passi fermi i passi della sua guida. Dei che avete l'impero sulle anime, Ombre silenziose, Caos e Flegetonte, luoghi che vi estendete muti in un'immensa notte: mi sia lecito dire quel che ho udito, svelare col vostro consenso le cose sepolte nella terra profonda e nell'oscurit…! Andavano senza luce nella notte solitaria, attraverso la tenebra, attraverso le case vuote, i regni deserti di Dite: come fosse un viaggio per boschi con una luna incerta che filtri appena i suoi raggi avari tra il fogliame, quando Giove ha sommerso il cielo d'ombra opaca e la notte ha privato di colore le cose. Nel vestibolo, proprio all'entrata dell'Orco, hanno i loro giacigli il Lutto ed i Rimorsi vendicatori, e vi abitano le pallide Malattie, la Vecchiaia tristissima, la Paura e la Fame cattiva consigliera, la turpe Povert… - fantasmi tremendi a vedersi -, la Morte e la Sofferenza, i Piaceri colpevoli ed il Sonno, fratello della morte. Di fronte c'Š la Guerra assassina, con le stanze di ferro delle terribili Furie, e la folle Discordia, cinta di bende cruente la chioma viperina. In mezzo un olmo immenso, ombroso, stende i rami e le braccia annose: dicono che questa sia la casa dove stanno di solito i vani Sogni, appesi sotto ciascuna foglia. Ma ancora tanti mostri d'apparenza selvaggia bivaccano sulle porte: i Centauri e le Scille biformi, Briareo immane, dalle cento braccia, Chimera armata di fuoco, l'Idra di Lerna che stride orribilmente, le Gorgoni, le Arpie e Gerione, fantasma di tre corpi. Qui Enea, trepido d'improvvisa paura, sguain• la spada presentandone l'acuta punta ai mostri che avanzavano: e se non l'avesse frenato la sua compagna, conscia che quelle vite leggere volano senza corpo e sono mera apparenza, si sarebbe slanciato a percuotere invano con la spada le Ombre. Di l… parte la strada che conduce alle onde del tartareo Acheronte. Il suo gorgo Š un'immensa voragine, che bolle fangosa e si riversa nel Cocito. Custode di questi fiumi Š Caronte, spaventoso nocchiero dall'orrenda sporcizia: bianco foltissimo pelo gli pende incolto dal mento, gli occhi pieni di fiamme stan fissi, stralunati; ha un sudicio mantello legato sulle spalle. Spinge lui stesso la barca con un palo, e governa le vele, traghettando i morti sul bruno scafo: vecchio ma Dio, di fiera e vegeta vecchiezza. Tutta una folla immensa correva verso le rive: uomini e donne, corpi di magnanimi eroi usciti di vita, fanciulli e vergini fanciulle, giovani posti sui roghi davanti ai genitori; come le foglie, che cadono a milioni nei boschi staccate dal primo gelo d'autunno, o come gli uccelli che si ammucchiano a schiere fittissime sulla spiaggia venendo dall'alto mare, quando la fredda stagione li spinge oltre l'oceano in paesi assolati. Pregavano di passare per primi quell'acqua, le mani tese nel desiderio della riva di fronte. Ma il triste nocchiero ne sceglie solo qualcuno e scaccia gli altri via dalla sponda sabbiosa. Enea, stupito e commosso da un tale tumulto, disse: "Vergine, che vuol dire questo affollarsi al fiume? Che vogliono le anime? E per quale motivo alcune sono costrette a abbandonare la riva mentre le altre coi remi solcano l'onda livida?" La vecchia sacerdotessa gli rispose con poche parole: "Figlio d'Anchise, sicura prole divina, tu vedi gli stagni profondi di Cocito e la Stigia palude, invocata nei grandi giuramenti degli Dei che non possono offenderne la potenza giurando il falso. La folla cacciata via dal fiume sono i morti insepolti, quelli che l'onda porta invece sono sepolti: il nocchiero Š Caronte. Non si pu• attraversare le rive fosche e le roche correnti prima che l'ossa riposino nella tomba. Chi non Š seppellito erra per cento anni intorno a questi lidi; poi finalmente Š accolto nella barca e rivede gli stagni desiderati." Enea si ferm• attonito, pensando a molte cose, commiserando il destino triste di quelle anime. E vede mesti, privi di onore sepolcrale, Leucaspi e Oronte, capo della flotta di Licia, che mentre navigavano da Troia sui ventosi mari furono entrambi travolti nelle onde dalla bufera, insieme ai compagni e alle navi. Ed ecco farsi avanti Palinuro, il nocchiero, il quale poco prima, nel viaggio dall'Africa, osservando le stelle era caduto in mare gi— dalla poppa. Appena Enea ne riconobbe, a fatica, attraverso la fitta oscurit…, il mesto volto, gli disse: "Palinuro, qual Dio ti ha rapito e sommerso nell'acqua profonda? Parla! Apollo, che mai ci Š sembrato bugiardo, m'ha ingannato soltanto nel tuo caso, poich‚ aveva detto che tu ti saresti salvato dal mare ed arrivato ai confini d'Ausonia. Ha mantenuto cos la sua promessa?" Allora Palinuro rispose: "L'oracolo di Apollo non ti ingann•, n‚ un Dio mi sommerse nel mare, duce figlio di Anchise. Si ruppe per caso il timone a una scossa violenta: io, che gli stavo attaccato come fanno i piloti e dirigevo la nave, cadendo me lo tirai dietro. Credimi, te lo giuro sul mare tempestoso, io non ebbi paura per me ma per la tua nave, che priva di timone e di pilota avrebbe potuto cedere ad onde cos grandi. Un violento Noto mi trascin• nel mare per tre notti di tempesta, su immense distese d'acqua; nasceva appena il quarto giorno quando, alzandomi in cima a un'onda lunga, vidi l'Italia. A poco a poco nuotavo verso terra, ed ero gi… al sicuro se una gente crudele non mi avesse assalito con le armi, accogliendomi, ignara, come una preda, mentre cercavo, impacciato dalla veste bagnata, di afferrarmi agli spigoli taglienti di una rupe con le mani protese. Ora mi tiene l'onda e i venti mi travolgono sulla spiaggia. Perci• ti prego per la cara luce del cielo, per l'aria, per le speranze di Iulo che cresce, per tuo padre, strappami a questi mali, o invitto! Gettami sopra della terra - lo puoi - toccando i porti di Velia. O se c'Š il modo, se la tua divina madre ce ne mostra qualcuno (con l'aiuto celeste, io credo, ti prepari a traversare i fiumi e la palude Stigia), dammi la mano, e portami attraverso queste onde, che almeno nella morte io riposi tranquillo!" Ma la sacerdotessa gli disse: "O Palinuro, dove ti viene quest'empio desiderio? Tu vuoi attraversare insepolto le acque dello Stige ed il fiume severo delle Eumenidi? Vuoi andare senza ordini alla riva proibita? Non sperare che i Fati si muovano a piet…, per quanto tu li preghi! Ma ascolta attentamente le mie parole, ti siano conforto nella disgrazia. I popoli vicini al tuo nudo cadavere - turbati da prodigi celesti che avverranno nelle loro citt…, dovunque - placheranno le tue ossa, elevando una tomba e portandovi vittime sacre: il luogo si chiamer… in eterno Palinuro!" L'annunzio allontan• per un poco il dolore e gli affanni dal cuore rattristato di Palinuro: Š lieto di dare il nome a una terra. Procedendo nel loro viaggio, arrivano al fiume. Quando il nocchiero, da oltre l'onda Stigia, li vede muovere attraverso il bosco silenzioso volgendo il piede alla riva, li assale per primo a parole, gridando: "Chiunque tu sia che t'avvicini armato al nostro fiume, fermati dove sei e di l… dimmi perch‚ vieni. Qui Š il luogo delle Ombre, del sonno, della notte che addormenta. Non si pu• trasportare dei corpi viventi sulla carena Stigia. N‚ devo rallegrarmi d'aver accolto sul fiume Ercole, e Piritoo e Teseo, bench‚ fossero di forza invitta e figli di Numi. Di sua mano il primo incaten• il guardiano del Tartaro, lo port• via tremante dal trono di Plutone; e gli altri due cercarono di rapire Proserpina dalla stanza nuziale." La profetessa anfrisia rispose brevemente: "Non abbiamo intenzioni cattive, stai tranquillo, queste armi non portano guerra: lo smisurato portinaio, latrando in eterno dal fondo del suo antro, continui a atterrire le ombre senza sangue; la casta Proserpina continui a custodire in pace la casa di suo zio. Costui Š il troiano Enea, famoso per le armi ਍